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AnafilassiLa gestione dell'emergenza relativa ad una possibile crisi anafilattica a carico di una figura come l'Assistente Bagnante può essere compromessa, oltre che dalle negligenze dei natanti, da piccole "patologie croniche" di cui sono affetti.

Lo shock anafilattico, per esempio, costituisce la più grave espressione clinica di una reazione allergica ed è caratterizzato essenzialmente da ipotensione e difficoltà respiratoria.

Gli agenti più comuni in grado di scatenare una reazione allergica sono alcuni tipi di cibo, farmaci, sostanze inoculate tramite punture o morsi di insetti (in questo caso vero e proprio veleno per l’organismo che viene colpito) e alcune sostanze come ad esempio il lattice. 

In letteratura vengono anche riportati casi, sopratutto nel periodo invernale e in ambienti dove il riciclo dell’aria non è sufficiente, di crisi causate dalla formazione delle "clorammine", che possono causare bronco costrizioni e infiammazioni acute delle alte vie aeree.

Noi approffondiremo:

1) puntura di insetto

2) allergia al cloro (clorammine)

Tratteremo:

2) Farmaci per le emergenze sempre a portata di mano

3) Valutazione e trattamento del paziente con crisi allergica o shock anafilattico
4) Gravidanza e Allergia

Giusto per capire di cosa parliamo, una reazione allergica è definita come una risposta inappropriata e spesso dannosa del sistema immunitario a una sostanza che è normalmente innocua […] chiamata allergene, con una eccessiva produzione di anticorpi specifici, che diventano responsabili della comparsa di fenomeni patologici ogni qual volta la stessa sostanza ripenetra nell’organismo.

Con il termine allergia (sinonimo di atopia, fuori posto in greco), viene indicata la capacità di alcuni individui a sviluppare con facilità manifestazioni di ipersensibilità mentre il termie anafilassi viene utilizzato correntemente per identificarne le manifestazioni sistemiche di maggiore gravità […] caratterizzate dalla  brusca insorgenza di un grave collasso cardiocircolatorio per vasodilatazione  e di una marcata dispnea per edema della laringe e broncospasmo, causando shock anafilattico e asfissia.

È importante capire che la comparsa e la successiva evoluzione del quadro clinico del paziente può variare sia per fattori legati all’agente scatenante, come ad esempio quantità dell’allergene che è entrata nell’organismo, sia per fattori individuali dovuti alla predisposizione genetica o allo stato di salute. A seconda di questi fattori il paziente che ci troveremo davanti avrà un quadro che spazia dalla sensazione di dolore locale dovuta alla puntura con eventuale agitazione fino agli stati più avanzati di shock con alterazioni della coscienza, disturbi respiratori ed emodinamici (svenimenti).

Tornando alle punture d’insetti non sono nulla di straordinario nelle stagioni calde e solitamente guariscono senza alcun problema. Ci sono però persone che reagiscono con un’allergia e una manifestazione cutanea per poi evolversi in un vero e proprio shock anafilattico.

Dove sono state punte si manifestano a volte gravi reazioni locali, altre volte invece si scatenano reazioni generalizzate del corpo così gravi da mettere a repentaglio la vita.

Solitamente, sono le punture delle api domestiche, delle vespe, dei calabroni e dei bombi a scatenare reazioni allergiche e circa il 3 – 4 per cento della popolazione soffre di allergia al veleno d’insetti.

Considerato che le api sopravvivono alla stagione fredda, possono pungere anche nelle giornate invernali soleggiate e temperate. Dopo la puntura, solitamente il pungiglione resta nella pelle abbinato ad un sacchettino che continua a pulsare e pompare veleno all'interno.

La maggior parte delle punture di vespe ha luogo in piena estate e in autunno. Questi insetti praticamente non hanno peli e si riconoscono per il loro caratteristico colore giallo­nero.

Le punture di bombi sono rare e avvengono sopratutto nelle serre in cui le piante vengono fecondate con questi insetti.

I calabroni sono meno aggressivi delle vespe. Si corre il pericolo di essere punti soprattutto in prossimità dei loro nidi.

Come già detto, l’anafilassi riconosciuta può mettere in pericolo la vita ed è quindi importante una valutazione immediata del paziente per determinare:

• stato di coscenza

• la pervietà delle vie respiratorie

• la pressione arteriosa

• Il colorito delle mucose

Tra le priorità del nostro intervento trova posto fondamentale la chiamata d’emergenza, che deve essere fatta in modo preciso e riportando tutte le informazioni acquisite durante la fase di valutazione.

Il trattamento di emergenza nelle situazioni in cui vi è pericolo per la vita stessa del paziente è rappresentato dalla somministrazione di "adrenalina" accompagnata dalla messa in atto degli altri provvedimenti di supporto cardiocircolatorio, svolti da un soccorso avanzato (somministrazione di farmaci quali broncodilatatori e infusione di liquidi per via endovenosa a supporto del sistema cardiocircolatorio).

Questo per sottolineare ulteriormente l’importanza della chiamata d’emergenza per l’attivazione dei mezzi di soccorso e di una adeguata valutazione per stabilire la gravità della situazione.

Per quanto riguarda la valutazione iniziale è opportuno fare una netta distinzione tra sintomi locali, che si manifestano in ugual misura in tutti i soggetti colpiti e sintomi allergici, che si manifestano solo nelle persone che hanno sviluppato una particolare sensibilità al veleno iniettato.

L’intensità delle reazioni allergiche diventa sempre più intensa ogni volta che si incorre in una nuova puntura.

I sintomi locali si manifestano in tutti i soggetti e la loro intensità è proporzionale al numero di punture subite. Nei casi limitati a una o poche punture la reazione è solamente locale, caratterizzata da sintomi generalmente lievi quali:

• prurito ;

• gonfiore;

• dolore bruciante.

allergia-nocciola

Nei rari casi in cui il soggetto viene colpito contemporaneamente da molte punture (parecchie decine), possono manifestarsi sintomi anche gravi indicativi di una reazione tossica, che coinvolge tutto l’organismo, o, nei casi estremi (oltre le 100 punture), portare alla morte.

Se il sito della puntura si trova su uno degli arti, il gonfiore può estendersi a tutto il braccio o a tutta la gamba ed essere accompagnato da gonfiore delle ghiandole linfatiche o febbre. Non è necessario procedere a un trattamento antibiotico, dato che l’effetto antibatterico del veleno previene un’eventuale infezione. Quando si sviluppano gonfiori grotteschi che perdurano per più giorni e che possono essere molto dolorosi, i pazienti spesso si preoccupano.

Più pericolosa, persino letale, può essere una reazione locale a una puntura in bocca o in gola in quanto il gonfiore causato dal veleno può causare ostruzione delle vie aeree.

I sintomi allergici, che si manifestano come già detto in persone predisposte, coinvolgono l’intero organismo indipendentemente dal sito e dal numero di punture/morsi e possono causare shock anafilattico. Questi sintomi comprendono:

  • alterazione cognitive;
  • difficoltà respiratorie;
  • marcato abbassamento della pressione arteriosa;
  • prurito e orticaria generalizzati.

I sintomi dello shock anafilattico compaiono nei minuti successivi alle punture e si affiancano alla reazione locale descritta prima. Si tratta di un evento particolarmente pericoloso: ogni anno in Italia diverse persone muoiono in conseguenza dello shock anafilattico causato dalle punture di insetti (per confronto si pensi che il temutissimo morso di vipera non è quasi mai mortale).

Proprio per il fatto di essere indipendente dalla quantità di veleno iniettato, può succedere che anche una sola puntura scateni uno shock anafilattico che porta a morte in pochi istanti.

Farmaci per le emergenze sempre a portata di mano

Le persone affette da allergia al veleno d’insetti devono, idealmente, portare con sé i farmaci per le emergenze: si ribadisce l’importanza di chiedere al paziente stesso o a chi è con lui se sa, conosce, e può andarci a prendere la sostanza calmante.

Tutti i pazienti con una reazione allergica generalizzata a una puntura di imenottero vengono riforniti dalle autorità mediche di competenza con i dovuti farmaci, che devono portare con se, e accorgimenti nell’eventualità di cosa fare in caso di puntura.

I farmaci per l’auto trattamento comprendono:

– antistaminico ad azione rapida in forma di pastiglie,

– corticosteroidi in forma di pastiglie,

– siringa auto-iniettante per l’adrenalina,

Cosa fare AdrenalinaIl trattamento precoce dello shock anafilattico è molto importante: l’adrenalina è il farmaco salvavita. Sono in commercio fiale preconfezionate con adrenalina predosata e resa resistente al calore: questi preparati sono stabili per 18 mesi atemperatura ambiente. Nei casi a rischio (gravi allergie alimentari o a punture di insetto) i genitori devono concordare con il pediatra l’opportunità di procurare queste fiale. Il pediatra dà indicazioni su quando e come utilizzare la fiala di adrenalina con apposito autoiniettore.La siringa va premuta sulla parte esterna della coscia e, dopo il caratteristico “click” di apertura, va tenuta in sede per almeno 10 secondi per permettere la somministrazione del farmaco. La somministrazione può avvenire anche attraverso gli indumenti. Anche se l’uso di queste siringhe è molto facile, è necessario farsi spiegare dettagliatamente dal pediatra le modalità d’impiego.

 

– per i bambini sotto i 30 kg di peso, siringa auto-iniettante è specifica e, invece delle pastiglie, gocce oppure compresse solubili in acqua.

Le pastiglie non hanno un effetto immediato, per questo vanno assunte subito dopo la puntura se si sa di soffrire di un’allergia al veleno d’insetti, senza aspettare un’eventuale reazione allergica generalizzata.

Il farmaco per le emergenze più importante è l’adrenalina, che è a effetto rapido e valida per tutti i sintomi della reazione allergica. L’iniezione è semplice da praticare e va effettuata non appena si presentano i sintomi di una reazione generalizzata. L’effetto dell’adrenalina dura 15-20 minuti e quindi, anche se i sintomi migliorano è sempre opportuno mantenere un alto livello di guardia rispetto alle condizioni del paziente, valutandone e monitorandone i cambiamenti.

E' in questo momento che devono arrivare i soccorsi e portare il paziente in ambiente protetto, ma questo capita solo quando la figura professionale che valuta dinamica e segni e sintomi allerta in modo adeguato il servizio sanitario di emergenza.

Il soggetto deve essere valutato da un medico per prevenire gli effetti tardivi dell’anafilassi, quindi nella chiamata di soccorso dovranno essere fornite tutte le informazioni inerenti all'evento: per esempio "da quanti minuti è stato punto", cosa vedo, i parametri, ha patologie pregresse…

La legge vieta la somministrazione di sostante farmacologiche a pazienti, se non si è sanitari, in caso di estrema necessita e con una manifestazione "riconosciuta su paziente cosciente e collaborante", nulla vieta l'auto somministrazione di sostanze fatta direttamente dal paziente in persona. Quindi, durante la fase di valutazione primaria in caso di crisi allergica, nello svolgimento dell'acronimo SAMPLE, individuare se il paziente ha con se farmaci o sostante che ne possono rallentare o ritardare l'evoluzione.

Valutazione e trattamento del paziente con crisi allergica o shock anafilattico

Per quanto riguarda la valutazione è fondamentale guardare attentamente il paziente e, attraverso quello che viene definito quick look (tecnicamente, occhiata rapida), eseguire una prima valutazione che dia una stima sommaria della sua condizione. Se il paziente viene nella nostra postazione, parla chiaramente e spiega cos’è successo sicuramente non ha alterazioni della coscienza, né del respiro, né del circolo. Mettiamolo seduto, chiediamo se è allergico all’insetto da cui è stato punto, valutiamo, questa volta più approfonditamente, il respiro e la funzione cardiocircolatoria come vedremo di seguito.

In caso veniamo chiamati per intervenire su un paziente che troviamo incosciente, attiviamoci immediatamente mettendo in atto il protocollo Bls-D. Se il paziente presenta attività respiratoria, posizioniamolo in posizione laterale di sicurezza avendo cura di rivalutarlo frequentemente in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Prestare molta attenzione alla funzionalità respiratoria (segni e sintomi descritti nel prossimo paragrafo) per riconoscere precocemente segni d’allarme.

Monitoriamo la zona in cui è stato punto per rilevare tutti i segni di cui si è parlato prima (gonfiore e rossore) per valutare dimensioni e ampliamento della lesione, coprendola con ghiaccio per causare una vaso costrizione che ridurrà l’assorbimento e lo svilupparsi dell’edema.

In caso di arresto cardiocircolatorio, durante lo svolgimento delle manovre del protocollo Bls-D, cerchiamo sapere se il paziente era allergico all’insetto da cui è stato punto e se è dotato di auto iniettore di adrenalina o antistaminico. In questo caso, procedere con l’iniezione.

Se il paziente si presenta in stato confusionale, lamenta capogiri e/o tende ad assopirsi,posizionatelo supino con l’intero torace leggermente sollevato per favorire la funzionalità respiratoria, cercando un compromesso tra sensazione di vertigine e, se presente, difficoltà respiratoria. Procedere al monitoraggio della cute e alla rivalutazione come sopra. In alcuni casi la perdita di coscienza o un episodio convulsivo possono essere il primo segno dell’anafilassi.

Anche il vomito/nausea possono essere segni predittivi e in questi casi è fondamentale garantire la pervietà delle vie aeree superiori. Se il paziente lamenta stanchezza o perde coscienza MAI somministrargli cibo o liquidi (la famigerata acqua+zucchero) per bocca in quanto oltre a non servire assolutamente a nulla in questo contesto, potrebbe causare vomito o nausea.

L’ostruzione delle vie aeree si manifesta con abbassamento della voce, disfonia, difficoltà ad inghiottire e, nello specifico, l’interessamento della parte inferiore delle vie aeree è testimoniato da "asma" e sensazione di "oppressione toracica". Spesso viene segnalato prurito nasale, oculare o a livello del palato. I segni di ostruzione parziale delle vie aeree possono essere udibili anche senza apparecchiature specifiche in quanto si manifestano come rantoli e/o sibili sia in aspirazione che in espirazione. Valutare anche lo sforzo che il nostro paziente compie durante le fasi di respirazione, testimoniato dall’abbassamento della cute in regione sopra-clavicolare (per essere pratici, se provate ad aspirare aria da una bottiglia di plastica con la bocca, la plastica si deforma verso l’interno per tornare in posizione quando soffiate giusto?ecco l’effetto è proprio quello!), il tendersi della pelle del collo e dalla posizione obbligata seduta, definita a tripode (schiena inclinata in avanti e mani appoggiate sulle ginocchia).

Quest’ultima posizione è la migliore in cui posizionare il paziente cosciente in caso presenti difficoltà respiratoria.

Nell’eventualità che il paziente sappia di essere allergico e sia stato riconosciuto l’insetto, oppure in caso di paziente affetto da patologie bronchiali quali asma, consentirgli l’auto-somministrazione di broncodilatatori per via inalatoria (Ventolin o simili) se li ha con sé. In caso sia dotato di auto-iniettore di adrenalina o altri antistaminici e siano presenti segni-sintomi predittivi di un collasso cardiocircolatorio (vedi di seguito) procedere con la somministrazione.

Vie aeree e respiro valutati e trattati, passiamo a valutare la funzionalità cardiocircolatoria. Anche in questo caso il quick look può aiutarci, infatti i primi segni di difficoltà cardiocircolatoria sono pallore, sudorazione algida e profusa, tachicardia (solitamente sopra i 100/120 battiti al minuto, se possibile chiedere al paziente la frequenza abituale).

anafilattico

Per la valutazione della frequenza è sufficiente il monitoraggio dei polsi periferici radiali (il polso vero e proprio): è possibile infatti valutare qualitativamente la potenza del battito in questa sede, indicata da pulsazioni piene o deboli. Inoltre, l’assenza di polso periferico radiale corrisponde a una pressione sistolica (massima) minore di 70mmhg, da considerarsi critica. Attenzione però: il valore pressorio non deve essere l’unico di riferimento per determinare un rischio di collasso cardiocircolatorio. Questo valore infatti è un indicatore tardivo di cedimento del sistema, preannunciato con più ampio margine dalla tachicardia e dai segni cutanei descritti precedentemente.

Se il paziente, cosciente, presenta segni e sintomi di possibile cedimento posizionarlo in posizione di Trendelenburg, col tronco e la testa supini e le gambe sollevate per favorire il ritorno venoso di sangue al cuore. Valutare i segni di punture/morsi e comportarsi come descritto nei paragrafi precedenti, ricordandosi di rivalutare periodicamente il paziente in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

In caso il paziente presenti solo segni cutanei senza interessamento della funzione cognitiva, respiratoria e cardiocircolatoria, valutarle comunque attentamente alla ricerca di alterazioni, rimuovere nell’eventualità il pungiglione dalla zona di puntura e osservare la cute per evidenziare presenza di gonfiori, rossore, sensazione di prurito generalizzato rivalutando più volte il paziente per evidenziare peggioramenti testimoniati da aumento della superficie arrossata, aumento del gonfiore e della sensazione di prurito.

Per quanto riguarda l’allergia alle clorammine valutazione e trattamento rimangono gli stessi, dalla chiamata di emergenza fino all’esecuzione della valutazione ABC (Airway: Coscienza e vie aeree, Breathing: Respiro, Circulation: Circolo ematico), ponendo maggior attenzione alla valutazione della funzionalità respiratoria, rimanendo valido quanto dello all’inizio di questo testo sul sito di azione di questo allergene.

Se possibile è consigliabile spostare il paziente all’esterno, a lontano dalla zona dell’impianto dove è situata la vasca: questa operazione, riducendo la concentrazione della sostanza scatenante (cloro) avrà lo stesso se non addirittura maggiore beneficio della rimozione del pungiglione in caso di puntura, evitando ulteriori somministrazioni dell’allergene al paziente.

Per concludere, è importante poter effettuare rapidamente una diagnosi differenziale per escludere altri quadri clinici che possono presentare alcuni sintomi analoghi (es. reazioni vaso-vagali, ischemia miocardica, aritmie cardiache, epilessia, ecc), ma ricordate che anche se non siete sicuri che i sintomi siano provocati proprio dallo shock anafilattico, seguite queste istruzioni e agite immediatamente:

  1.  Allertare servizio di emergenza sanitaria;
  2. Togliere subito il pungiglione e informare qualcuno della puntura e dell’allergia. Questa operazione va compiuta con cautela e delicatezza per evitare di liberare altro veleno dal sacchettino che si trova alla base del pungiglione o, in caso di allergia a clorammine, spostare il paziente in ambiente ventilato;
  3. Valutazione del paziente e attuazione delle manovre di primo soccorso;
  4. Assunzione immediata delle pastiglie d’emergenza, nel caso si abbia la conoscenza di allergia dichiarata nel caso contrario, applicare ghiaccio sulla zona colpita per ridurre l’assorbimento del veleno e per prevenire il gonfiore e il dolore, nei casi più lievi il medico o il farmacista potranno consigliare la semplice ammoniaca o una crema per ridurre il prurito. Prestare comunque attenzione alle sostanze utilizzate, che devono essere certificate "classe 1" per non recare danno a terzi. In caso di reazione generalizzata (gonfiore al viso e della lingua, difficoltà di deglutizione, affanno,vertigine ecc.): siringa auto iniettante per l’adrenalina; Per bambini di peso inferiore ai 30 kg: siringa auto iniettante per l’adrenalina per bambini o compresse e gocce di farmaci beta-agonisti (come l’albuterolo) per alleviare i sintomi respiratori sperando che abbiano già riconosciuto in precedenza questa problematica e quindi che chi è con loro possegga la sostanza;
  5. Rivalutazione del paziente fino all’arrivo dei soccorsi;

Se i farmaci sopra descritti non sono in possesso del paziente o di chi lo accompagna la somministrazione degli stessi deve essere svolta in presenza di personale sanitario; diventa quindi di fondamentale importanza l’attivazione del meccanismo di soccorso, per il trattamento e il trasporto in ambiente protetto, per prevenire gli effetti tardivi dell’anafilassi.

Condizione basilare per cui questo accada è che la figura professionale che valuta dinamica e segni e sintomi allerta in modo adeguato il servizio sanitario di emergenza. Nella chiamata di soccorso dovranno essere fornite tutte le informazioni inerenti all'evento: per esempio "da quanti minuti è stato punto", quante volte, cosa vedo, parametri o condizione, ecc…

Gravidanza e allergia

In caso di puntura, i farmaci per le emergenze devono essere assunti o iniettati anche durante la gravidanza, poiché un calo di pressione, un grave attacco d’asma o uno shock possono danneggiare il nascituro molto più dei medicamenti.

GRAVIDANZA

In caso di arresto cardiaco di una donna  in  gravidanza avanzata,  l’utero aumentato di dimensioni comporta 2 differenze nella tecnica di soccorso:

1) dove posizionare le mani;

2) come posizionare la donna.

Per il primo punto, la presenza del feto modifica i rapporti tra addome e torace, per cui per effettuare le compressioni toraciche le mani devono essere poste più in alto rispetto a quanto siamo abituati a fare (1-2 spazi intercostali più su).

gravidanzapicPer quanto riguarda la posizione della donna, invece, le cose sono un pochino più complicate: in gravidanza avanzata, infatti, l’utero può comprimere l'aorta e la vena cava inferiore, ostacolando rispettivamente la gittata cardiaca e il ritorno venoso al cuore.

Due studi effettuati su donne in gravidanza "sane" hanno dimostrato che non c’è miglioramento della pressione arteriosa né materna né fetale se posizionate con 10-20° di inclinazione a sinistra; migliora invece se il grado di inclinazione è maggiore: se veramente incliniamo la paziente a > 30° questa rischia di cadere, rendendo veramente difficile il compimento di  compressioni toraciche di alta qualità. È per questo che nelle nuove linee guida, il decubito laterale sinistro non è la prima scelta, ma si preferisce ricorrere ad un aiutante che, delicatamente, sposti con entrambe le mani il ventre con un’adeguata pressione laterale.

Formatore Rescue Academy
Alexandro Stecchezzini
Telefono +39 389 23 48 119
Email: info@rescueacademy.it
Skype: rescueformazione (alexstecchezzini)

Premessa

La letteratura è ricca di confronti tra questi presidi, fondamentali nella storia del soccorso preospedaliero. In questa relazione non si propone nessuna analisi finale ma si insiste su aspetti pratici e teorici che trascendono le sole indicazioni cliniche.

Gli strumenti considerati nella seguente analisi sono idealizzati nelle rispettive migliori caratteristiche disponibili sul mercato.

L’utilizzo di questi due dispositivi non dovrebbe essere soggetto a scelte filosofiche tradizioni sull’immobilizzazione ma da ben più argomentabili necessità cliniche e biomeccaniche.

I due presidi in oggetto nascono infatti con scopi diversi e quindi con caratteristiche meccaniche differenti:

La “Tavola spinale” (backboard), tipica della tradizione d’oltreoceano, enfatizzava la rigidità del presidio che consentiva di “costringere” le masse del paziente riducendo con l’efficacia massima possibile la mobilità relativa e la conseguente dissipazione di energia nelle articolazioni tra queste, siano esse in condizioni fisiologiche o patologiche.

Il “materasso a decompressione (Conforme)” (vacuum mattress), di natali europei, si propone come uno strumento “contenitivo”, che garantisce ottime prestazioni anche in assenza di strutture vincolabili (es.: fratture di bacino, gravi traumi toracici, patologie degenerative, ecc.).

“Non nuocere”, prima regola fondamentale del soccorso

Evitare l’insorgenza di ulteriori danni all’infortunato grazie all’intervento di personale qualificato e all’ausilio di tecnologie per una gestione sicura e adeguata del paziente in qualsiasi situazione di soccorso.

Nel caso di un trauma, eventuali sollecitazioni sul corpo umano provocate ad esempio dal sollevamento e dal trasporto, possono determinare l’insorgere di ulteriori danni e lesioni al paziente rispetto a quelle già determinate dal trauma stesso.

Tale situazione risulta più problematica nel caso di pazienti di età superiore ai 65 anni, che possono soffrire di altre patologie invalidanti, come l’osteoporosi e la coxartrosi, che indeboliscono la struttura ossea del paziente, oltre a esporlo maggiormente a fratture di femore/bacino (tali casi costituiscono il 38% degli interventi di emergenza medica). In ogni caso in cui, per patologie pre-esistenti o a causa del trauma, vi sia un sostanziale indebolimento della struttura ossea, è ancor più fondamentale garantire un corretto trasporto in posizione antalgica e contenitiva allo scopo di evitare il rischio di sollecitazioni che, non essendo dissipate uniformemente dal corpo traumatizzato durante la mobilitazione, vengono assorbite dal punto di lesione generando un “danno secondario da trasporto”.

L’intervento di immobilizzazione, sia totale che parziale tramite opportuni dispositivi, ha lo scopo di evitare l’insorgere di tali sollecitazioni dolorose, di limitare i movimenti durante le fasi di movimentazione del paziente e di garantire manovre di trasporto in assoluta sicurezza e comfort.

Il “materasso a decompressione (Conforme)” risulta, sempre in ambiente ospedaliero, molto più confortevole e riduce notevolmente le lesioni derivanti dal decubito, in quanto il paziente è solo contenuto in una sagoma rigida con ottime caratteristiche anatomiche relative.

Il principio di maggiore comfort è basato sulla minore pressione di decubito, risultante dalla maggiore superficie d’appoggio garantita al paziente dalla conformazione del materasso. Parlando di comfort, il beneficio della forma viene messo in secondo piano rispetto al discomfort causato dai materiali utilizzati per la costruzione dei materassi a decompressione per il soccorso pre-ospedaliero, in genere polivinilcloruro, che risulta poco compatibile con la cute del paziente. Ciò è facilmente risolvibile con l’isolamento “cute-presidio” con traversi di cotone o tessuto apposito.

Il materasso a decompressione è la scelta ideale per l’immobilizzazione in posizione di reperimento o antalgica e il contenimento “full body” (corpo intero) del paziente poli-traumatizzato o con esigenze particolari.

In commercio, si possono trovare molti materassi a decompressione, ma solo alcuni di questi hanno come queste caratteristiche:

• massimo restringimento sulla lunghezza: 1%;

• massimo restringimento sulla larghezza: 3%;

Queste due righe, abbinate ad altre caratteristiche tecnico scientifiche studiate su pazienti “veri”, come solo aziende importanti possono garantire grazie a dedicate comissioni tecnico-scentifiche, garantiscono una tutela in toto del paziente, anche di grandi dimensioni, in assoluto comfort, sicurezza e soprattutto in posizione antalgica.

La comodità di questa nuova tecnologia, permette di utilizzare il materasso a decompressione anche come telo “rigido” porta persone, facendo sì che il paziente, rimanga seduto e contenuto durante la discesa dalle scale.

Un materasso di nuova generazione, che contiene anche una superficie rigida per la tutela del rachide cervicale, posizionata al di sotto al paziente, abbinata ad una conformazione della zona testa studiata per garantire l’immobilizzazione del capo anche in caso di notevoli deformazioni della porzione superiore della colonna vertebrale.

Occorre precisare che la rigidità garantita da un supporto rigido per l’immobilizzazione non è eguagliabile in nessun modo al solo materasso a decompressione, che di conseguenza consente una mobilità relativa residua ancora elevata nella fase di spostamento.

Di contro alcuni materassi a decompressione garantisce una maggiore adattabilità alla postura ed alla conformazione anatomica, con notevoli benefici di comfort sui pazienti coscienti, da bilanciarsi però con le caratteristiche meccaniche più instabili.

Cinture permettono l’immobilizzazione totale, “full body”, per un trasporto corretto e sicuro del paziente traumatizzato. In particolare, il sistema di cinture in configurazione incrociata posizionate sui distretti corporei, maggiormente interessati in età geriatrica come il bacino e le spalle. Queste, permettono di ridurre e mantenere le possibili fratture fino all’arrivo in area calda, senza mai più muovere o sollecitare la zona dolorante e contenendo le possibili, perdite ematiche e riducendo in modo importante il dolore.

La totale radio compatibilità permette di diagnosticare il paziente i diagnostica come RX o MRI.

L’analisi delle performance di questi due presidi in ambiente ospedaliero è decisamente a “svantaggio della tavola spinale”, che in assenza di vincoli sufficientemente rigidi, risulta molto precaria anche come solo piano di lavoro e con cinture tirate risulta invece decisamente scomoda ed eccessivamente rigida per le strutture del paziente, causando nel breve/medio termine lesioni legate al decubito vincolato e risulta particolarmente scomoda per il paziente. Spesso viene tralasciato il riempitivo sotto alle ginocchia del paziente immobilizzato su presidio rigido, causando discomfort che può sfociare in dolore per lo stiramento eccessivo del quadricipite femorale e, soprattutto, questa posizione obbliga una rotazione in avanti delle anche, alterando l’allineamento fisiologico della porzione bacino/rachide lombare, creando una potenziale fonte di danni secondari.

L’ormai inadeguatezza della tavola spinale viene dimostrato in questo periodo con la messa “fuori servizio” d’oltre oceano di presidi di immobilizzazione ormai “obsoleti” come la “spinale” per tutti quei pazienti per i quali non sia assolutamente richiesta un’immobilizzazione full-body, preferendo comunque anche in questi casi presidi alternativi tra i quali la barella atraumatica "“Cucchiaio-Conforme"", studiata e certificata per la gestione del paziente poli-traumatizzato.

Nell’analisi dell’efficienza dei dispositivi in esame, nell’ambiente ospedaliero, spesso non vengono considerate le sollecitazioni, in quanto trascurabili in questa fase del soccorso: vengono così valutati maggiormente altri fattori quali atraumaticità di posizionamento, comfort del paziente, compatibilità radiologica, etc..

Altro fattore da considerare è la rapidità/semplicità di posizionamento del presidio in funzione della protezione che deve essere fornita al paziente in virtù del danno subito.

In ambiente pre-ospedaliero, incluso il soccorso in ambiente difficile o tramite eli ambulanza, durante il trasporto le sollecitazioni sono invece molto elevate ed è quindi improponibile analizzare la stabilità offerte dai presidi senza valutarli in virtù delle energie insite nelle varie fasi, dalla loro applicazione fino al trasbordo sul letto ospedaliero.

Volendo analizzare la sola energia cinetica applicata, la fase di trasporto ne contiene a sufficienza per creare importanti lesioni al paziente.

È quindi differente lo scopo con il quale si applicano i presidi d’immobilizzazione extra ospedaliera: questi infatti devono evitare che le sollecitazioni della mobilizzazione incrementino quella serie di effetti patologici che vengono solitamente identificati come “danni secondari da trasporto”.

Le tavole spinali conformi, sono moderne e costruite con criteri che consentono anche la diagnostica per immagini, ma la loro progettazione mira maggiormente a garantire le basi del soccorso primario. Sono costruite con materiali che consentono di abbinare la capacità di carico, masse ridotte e un ottimo isolamento dall’ambiente (environmental protection). Questo presidio è in effetti estremamente comodo e rapido per garantire le condizioni minime di protezione meccanica e clinica utile alla immobilizzazione cautelativa, ovvero quando non è congruo perdersi in diagnostica fine sul campo.

Una manualità minima è sufficiente a garantire una rapida applicazione del presidio e a rendere le successive operazioni (secundary survey) protette.

Nonostante il materasso a decompressione contenga e vincoli il paziente come mai una spinale sarà in grado di fare durante il trasporto, limitando estremamente le energie esterne, il suo impiego durante le prime fasi di un soccorso risulta decisamente più complesso vista l’impossibilità di garantire un suolo sgombro e piatto su cui posare il presidio. Il beneficio della possibilità di sagomare il materasso seguendo la forma di ciò che vi è posato sopra, infatti, mal si sposa con il problema della forma di ciò che ha sotto, che incide in pari misura sulla deformazione del presidio stesso. La soluzione più frequentemente utilizzata prevede l’applicazione del presidio posato sulla barella di trasporto, luogo protetto da insulti ed asperità compromettenti l’efficacia dell’applicazione.

Unitamente al materasso a decompressione viene spesso utilizzata la barella a “Cucchiaio-Conforme", che consente un rapido caricamento sul presidio di protezione ma che può comportare alcuni problemi relativi al controllo del paziente: raramente infatti (nella pratica) chi utilizza questo presidio di caricamento effettua una puntuale e precisa ispezione del dorso del paziente, con il rischio d’imbarcare nel materasso anche corpi estranei (vetri, ghiaia, arbusti, etc.) e di mantenerli a contatto con il paziente, ma soprattutto di compromettere la struttura del materasso.

Da ciò si conclude che, considerando la fase pre-ospedaliera per analizzare gli strumenti in oggetto, questi presentano una serie di fattori alterni che non fanno prevalere in assoluto nessuno dei due strumenti, ma li rendono necessari entrambi ed ottimizzabili in condizioni ambientali e cliniche differenti.

In funzione di quanto premesso potrebbe risultare scorretto paragonare l’impiego dei due presidi in esame nella medesima condizione operativa, ciò nonostante verranno paragonati nella loro efficienza i due presidi durante il trasporto in elicottero di un paziente genericamente “traumatizzato”, nel quale risulta prioritario il mantenimento della posizione allineata della colonna vertebrale, limitare la mobilità residua e proteggere il paziente dall’ambiente.

Il trasporto in elicottero

Considerando il trasporto come fase singola e disgiunta dall’evento traumatico nella sua complessità si corrono pesanti rischi di semplificazione teorica.

Considereremo quindi il trasporto del paziente traumatizzato in elicottero come parte di un intervento primario e/o secondario ed in funzione dell’interazione tra le varie fasi proporremo un algoritmo operativo, teso a facilitare la discussione sull’efficacia dei presidi analizzati.

Il trasporto in elicottero è un tipo di trasporto che contiene elevata energia potenziale e cinetica, viste le quote e le velocità raggiungibili.

L’analisi della eventuale dissipazione di queste energie non è parte di questa discussione, ma di una eventuale appendice riguardante i fissaggi di sicurezza previsti per questo tipo di trasporti.

Le applicazioni di energia analizzabili ed inerenti l’immobilizzazione, riguarderanno principalmente le vibrazioni indotte dalle parti in movimento del vettore durante il volo. Per ciò che riguarda le variazioni di direzione del moto e le conseguenti accelerazioni sul paziente, non vi sono particolari differenze rispetto al trasporto terrestre, anzi, sarà possibile una più attenta gestione di queste, in condizioni ottimali.

Le vibrazioni contenibili con i presidi d’immobilizzazione in oggetto sono quelle a bassa frequenza (3-12Hz prodotte dal rotore principale) che possono incidere sullo spostamento relativo delle masse e sulla conseguente dissipazione di energia sulle articolazioni, oltre a tutte le conseguenze di una prolungata esposizione sul fisico del paziente.

Effetto delle vibrazioni sul corpo

• Frequenze inferiori a 2 Hz

- Tra 0.1 to 0.7 Hz spesso generano cinetosi

- Tra 1 - 2 hertz sono associate generalmente con aumento della ventilazione polmonare, frequenza cardiaca e sudorazione

• Frequenze comprese tra 2 e 12 Hz

- Dolori substernali e subcostali, dispnea, accelerazioni repentine oltre i 0.5G possono causare in questo range di frequenze iperventilazione.

- Dolori addominali e testicolari, mal di testa

• Frequenze oltre i 12 Hz

- Problemi legati alla performance dell’equipaggio piuttosto che problemi per il paziente

La tavola spinale Immobilizzazione del paziente con sistema fermacapo e cinture su tavola spinale.

Agisce sulla limitazione della mobilità tramite il vincolo rigido delle strutture ossee principali (testa, torace, pelvi, femori e porzione distale degli arti inferiori) cercando di ricreare una sostanziale uniformità elastica che permette di limitare tutti i movimenti relativi con grande efficacia anche se ultimamente sono stati resi pubblici e messe in evidenza le problematiche che questo presidio crea al paziente.

Il limite maggiore è ovviamente offerto dalla eventuale indisponibilità di strutture resistenti di vincolo ed è per ciò evidente che questo tipo di immobilizzazione viene messa fuori discussione.

Fattori positivi della “Cucchiaio-Conforme" (un nuovo sistema “restrittivo per la gestione del paziente poli-traumatizzato):

Nel soccorso

  • Rapida da applicare
  • Leggera
  • Rigida (per due soli operatori)
  • Uniforme
  • Isolante
  • Capacità di carico
  • Concava e contenitiva
  • Dimensioni Variabili
  • Minori problemi di decubito <2h

In elicottero

  • Rigida (per due soli operatori)
  • Leggera
  • Isolante
  • Capacità di carico
  • Imbarco e sbarco su diversi presidi in caso di “rendez vous”.

In ospedale

  • Semplice da rimuovere (per due soli operatori)
  • Rigida (per due soli operatori)
  • Rx-compatibile (buona)
  • TAC-compatibile (buona)
  • Imbarco facilitato su superfici morbide, come materassi o letti
  • Abbinabile a sollevatori per pazienti di grandi dimensioni
  • Facile da pulire
  • Capacità di carico
  • Imbarco e sbarco su diversi presidi in caso di “randez vous”

Nella fase di soccorso, i presidio rigido assume diversi fattori positivi che la rendono uno strumento ideale per il primo approccio al paziente traumatizzato.

È necessaria una preparazione minima all’utilizzo, in funzione della possibilità di allineare i pazienti su di essa in modo quasi automatico (forzato), ma occorre tenere presente che ciò non è sempre indicato e che eventuali adattamenti alla postura patologica richiedono una manualità ed una esperienza relativamente superiori a quelle richieste nell’applicazione di un materasso a decompressione.

L’applicazione di tale presidio da parte dei soccorritori al suolo, nel soccorso primario, se corretto, suggerisce il mantenimento del medesimo sistema d’immobilizzazione anche durante le fasi di volo, con il controllo continuo dei parametri negativi (posizione del paziente stabile, costrizioni eccessive, comfort).

Attenzione

Il vincolo delle masse al supporto rigido sarà effettuato tramite sistemi di cinture separabili tra loro: esistono infatti alcuni sistemi di cinture con chiusura “Velcro” e ad “Aggancio Rapido” che consentono di svincolare le porzioni principali tra loro, ad esempio consentono di separare il fissaggio del torace e delle spalle dal resto del vincolo, permettendo la gestione di pazienti con distretti corporei danneggiati o compromessi, ma anche la gestione le paziente pediatrico in modo più semplice e veloce.

Questa caratteristica può risultare importantissima con quei pazienti che non hanno tutelate le vie aeree, in quanto la costrizione causata dalla cintura centrale nei sistemi a “Velcro”, questa cintura centrale, nella porzione ventrale deve essere mobile, se fissa potrebbe causare emesi da compressione gastrica in caso di decelerazione improvvisa, sotto il carico delle spalle in trazione in caso di trazione improvvisa dovuta a brusca riduzione di velocità.

Il materasso a decompressione

Questo dispositivo enfatizza il contenimento delle forme anatomiche del paziente in una sagoma irrigidita dalla pressione negativa presente nel materasso che stabilizza la posizione delle sfere di materiale plastico ad alta densità ma totalmente radio diagnosticabile, contenuto in modo stabile al suo interno.

La stabilità offerta dal materasso a decompressione si basa su una forte componente gravitazionale. Questa caratteristica ne limita l’efficacia a quelle situazioni in cui le forze risultanti dal moto non annullano questa componente (basse sollecitazioni).

Fattori positivi del materasso a decompressione:

Nel soccorso

  • Isolante
  • Adattabile all’anatomia
  • Contiene il paziente
  • Riduzione dell’ipotermia
  • Resistente a terreni sconnessi
  • Accessori esterni ridotti e più semplici da utilizzare
  • Capacita di carico 250Kg
  • L’ingombro è inferiore del 30% rispetto ai presidi precedenti
  • Apposite feritoie permettono il fissaggio con le cinture delle barelle di trasporto

In elicottero

  • Adattabile all’anatomia
  • Contiene il paziente
  • Maggior comfort
  • Riduzione delle Vibrazioni
  • Riduzione dell’ipotermia
  • La valvola sempre chiusa permette alla pompa di rimanere in sede e quindi si riescono a compensare gli sbalzi altimetrici
  • L’ingombro è inferiore del 30% rispetto ai presidi precedenti

In ospedale

  • Adattabile all’anatomia
  • Rx compatibile (Buona)
  • TAC compatibile (sufficiente)
  • Minori problemi di decubito <2h
  • Maggior comfort
  • Contiene il paziente

Si deduce che occorre sfruttare al meglio le caratteristiche di ogni presidio nelle fasi più opportune e che una buona dotazione parte dalla disponibilità di entrambi i presidi.

Attenzione

Stante la necessità di utilizzare il materasso a decompressione (conforme) nel trasporto in elicottero (non essendo pressurizzato) occorre prestare particolare attenzione alla variazione di consistenza ed alla deformazione (shrinkage) indotte dalla variazione di pressione atmosferica alla variazione di quota.

La deformazione massima del presidio viene infatti limitata dalle caratteristiche costruttive entro limiti conosciuti (1% in lunghezza e 3% in larghezza) alla pressione interna di -0.5 bar (-500 hPa = -375 mmHg) e l’efficienza del materasso a decompressione viene garantita entro un ristretto range di decompressioni relative.

È evidente che la variazione di quota e conseguentemente di pressione atmosferica ne compromette sensibilmente le performances.

L’operatore dovrà garantirne il controllo e mantenere all’interno del presidio una pressione costante compresa tra -0.3 bar e -0.5 bar (-225;-375 mmHg), sarà quindi necessario prevedere le variazioni di quota durante il volo e limitarne l’escursione al minimo possibile mantenendo la pompa inserita nella apposita valvola sempre chiusa, questo problema si può risolvere in modo semplice.

Per la decompressione del presidio è necessario utilizzare un sistema aspirazione che garantisca una variazione di pressione di -0.5bar/4min.(EN1865), si possono quindi utilizzare anche aspiratori elettrici per secreti con raccordi adattati alla valvola del presidio, correndo però il rischio di limitare la vita media, l’efficienza e comprometterne la disponibilità per la loro funzione principale.

È suggerito l’utilizzo di una pompa manuale di dimensioni adeguate al materasso e di costruzione affidabile e leggera.

Conclusioni

Viste le motivazioni sin qui esposte e le indicazioni cliniche presenti in letteratura, si ritiene opportuno proporre un algoritmo decisionale utile nell’applicazione dei presidi d’immobilizzazione assiale, che non prescinda dalle indicazioni situazionali.

Abbandonando il campo aereo e tornando sulle ambulanze comuni, è evidente come anche in quel caso una miglior protezione dai movimenti laterali sia necessaria nel trasporto su ruote. Un paziente caricato su spinale sarà sempre soggetto a scivolamenti sul piano laterale durante le curve, a qualsiasi velocità, con conseguente disallineamento del rachide. Disallineamento che può aumentare a dismisura in caso sia necessario ruotare sul fianco la spinale in caso di vomito. Questo rischio non si presenta ovviamente col materasso a decompressione, che avvolge e si irrigidisce intorno alla struttura del paziente, permettendoci di girarlo sul lato senza timore di creare danni secondari. Stringere ulteriormente le cinture, ragno o ad aggancio rapido sulla spinale, non è necessario e anzi, si rischia di creare ancor più danni al paziente.

La barella atraumatica, grazie alla sua forma concava, costituisce un’ottima scelta per limitare questi movimenti laterali durante il trasporto, in quanto il paziente risulta contenuto dai bordi rialzati del presidio.

Parlando di manovre in emergenza/urgenza ovviamente non si può tralasciare il fattore tempo: il presidio ideale, in caso di paziente traumatizzato, deve garantire protezione e linearità del rachide e non richiedere lunghi tempi per l’applicazione. Il materassino a decompressione richiede per forza l’utilizzo di un altro presidio per essere utilizzato; il paziente va infatti alloggiato al suo interno tramite barella “Cucchiaio-Conforme", per garantire l’assoluta atraumaticità ad un paziente con già un’importante lesione (sospetta o reale) al rachide, prima di iniziare la decompressione e altre manovre per l’adeguamento al trasporto.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, la spinale non fa risparmiare molto tempo. L’unico sistema accettabile per caricarvi sopra un paziente rimane sicuramente lo scooping con barella “Cucchiaio-Conforme", in quanto il log roll risulta una manovra con enormi e non accettabili rischi di arrecare danno al paziente se svolta in ambiente extra ospedaliero. Quindi anche in questo caso è necessario utilizzare due presidi, per poi procedere alla sistemazione delle cinture tipo ragno o delle cinghie a moschettone. Sostituendo la tavola spinale con una barella“Cucchiaio-Conforme" le cose cambiano, eccome. Guardando le più accreditate procedure di applicazione dei presidi in esame sopra riportati si nota un elemento comune: la barella “Cucchiaio-Conforme". In caso si decidesse di non utilizzare il materassino a decompressione (per svariate motivazioni clinico/situazionali), il paziente è già su un presidio di immobilizzazione certificato per il trasporto, quindi si risparmia il tempo necessario per il suo trasferimento su una tavola spinale, abbattendo i tempi di intervento a tutto vantaggio del paziente. Senza in alcun modo ridurre il livello di immobilizzazione del rachide del paziente, anzi migliorandolo, rispetto ad una tavola spinale standard.

È evidente che nel considerare la dotazione dei presidi si debbano tenere in considerazione i criteri di massima efficienza dei rispettivi strumenti:

Supporto Spinale (“Cucchiaio-Conforme")

  • Leggera
  • Capacità di carico
  • Non richiede molte attenzioni
  • Possibilità di regolare i fissaggi
  • Radiocompatibile
  • Isolante

Materasso a decompressione (Conforme)

  • Leggero
  • Richiedo un po’ di attenzioni
  • Radiocompatibile
  • Isolante
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Ogni soccorritore, professionista o volontario, deve essere preparato ad affrontare sforzi fisici imprevedibili e che rischiano di creare nel tempo danni al proprio corpo.

I pesi da sollevare, trasportare e le situazioni in cui si trova ad operare il soccorritore, rischiano di sovraccaricare la colonna vertebrale. Per prevenire l’insorgere di patologie vertebrali e dolori muscolari, l’operatore deve saper muoversi in modo corretto e saper sollevare pesi in modo corretto.

Purtroppo nelle operazioni di soccorso questo non sempre è possibile, soprattutto quando lo scenario di azione è pieno di ostacoli o quando il paziente è in gravi condizioni.

Tuttavia quando la situazione lo permette, il soccorritore deve cercare di effettuare i movimenti in modo corretto, usando soprattutto i muscoli senza sollecitare articolazioni, tendini e legamenti. Per proteggere la nostra colonna vertebrale è importantissimo avere un buon controllo della zona addominale.

Nella maggior parte delle persone la muscolatura addominale è ipotonica (debole), mentre quella paravertebrale è accorciata e contratta. Molto spesso rigidità e dolori alla zona lombare sono dovuti proprio ad una perdita di elasticità dei muscoli della schiena e perdita di forza nella fascia del così detto CORE.

Per Core ( Centro o NUCLEO) si intende tutta la fascia centrale del corpo umano che include il complesso coxo-lombo-pelvico; rappresenta un punto di reazione stabile per il resto del corpo o più semplicemente possiamo descriverlo come " il centro funzionale del corpo". Fanno parte del Core i muscoli addominali (retto dell'addome, obliqui e trasverso) ma anche i muscoli paraspinali, quadrato dei lombi, i muscoli del pavimento pelvico, glutei e flessori dell'anca. Se ben condizionati, i muscoli del “ core” contribuiscono a ridurre il rischio di lesioni derivanti da cattiva postura.

La capacità di mantenere una buona postura durante l’esecuzione dei movimenti è quindi garantita da tutti questi muscoli, ma in particolare da tutta la parete addominale che aiuta a proteggere la colonna vertebrale e la struttura scheletrica in fasi estreme del movimento e dalle forze eccessive o anomale che agiscono sul corpo.

La muscolatura addominale è distinguibile su diversi piani:

  • nel piano profondo troviamo il TRASVERSO DELL’ADDOME
  • nel piano intermedio troviamo i muscoli OBLIQUI INTERNO ED ESTERNO
  • nel piano superficiale troviamo il muscolo RETTO DELL’ADDOME

Nella stazione eretta gli addominali intervengono per mantener l'equilibrio dell'intera colonna. Il muscolo generalmente più attivo è l' obliquo interno, che è contratto durante la normale stazione eretta a scopo protettivo, assieme al trasverso dell'addome, per impedire l'accesso dei visceri nel canale inguinale (Basmajan & De Luca, 1985). Il movimento di flessione in avanti del tronco viene effettuato dal retto addominale e dall'obliquo esterno, mentre l'obliquo interno e il trasverso dell'addome agiscono come stabilizzatori (Miller & Madeiros, 1987)

Nel meccanismo di stabilizzazione della colonna entrano spesso in gioco anche i retti e gli obliqui esterni, soprattutto nei casi di carichi assai elevati sulla colonna (Zetterberg e Coll., 1987) e nei casi di perturbazioni posturali inaspettate (Cresswell e Coll., 1994).

Gli studi condotti negli ultimi anni ( Barterlink 1957 e Cresswell 1992) hanno analizzato mediante elettromiografia l’attivazione della zona addominale durante azioni di sollevamento e hanno dimostrato :

  • attivazione scarsa del retto addominale
  • attività modesta dell’obliquo esterno ed interno
  • intensa attivazione del trasverso dell’addome.

Inutile sottolineare che sono tutti muscoli che il soccorritore usa continuamente nelle azione di sollevamento, trasporto e traino di presidi e pazienti.

La tonicità di tutti i muscoli dell'addome quindi assolve diverse funzioni:

  • tenuta dei visceri
  • corretta meccanica respiratoria
  • equilibrio fisiologico del bacino
  • protezione della colonna vertebrale (una parete addominale tonica permette di scaricare oltre il 40% del peso gravante sulle vertebre lombari)

Per il soccorritore, che sottopone il corpo ad uno stress fisico constante, è importante mantenere questa muscolatura elastica, flessibile ma soprattutto forte. Forte significa soprattutto funzionale, ovvero non serve crearsi la famosa “tartaruga” ma allenare il corpo ad usare gli addominali quando servono per evitare sovraccarichi ai dischi intervertebrali. Un addome funzionale è un addome sempre pronto a lavorare nei vari sforzi.

Per rendere l’addome forte e funzionale basta eseguire dei semplici esercizi. Una buona prevenzione permette al soccorritore di evitare infortuni e continuare a lavorare nel mondo del soccorso senza rischi per la proprio salute e per la salute altrui.

Eseguire i seguenti esercizi anche solo due volte a settimana aiuta il corpo a lavorare bene. Attenzione anche alla respirazione, sia durante l’allenamento ma soprattutto durante gli sforzi fisici nelle operazioni di soccorso. I muscoli addominali intervengono nella respirazione durante l'espirazione forzata, poiché l’espirazione normale a riposo, nel soggetto sano, è un fenomeno passivo che avviene senza il coinvolgimento muscolare, ma grazie alla restituzione dell'energia elastica accumulata dal tessuto polmonare durante l'inspirazione. L'espirazione forzata interviene soprattutto durante l’attività fisica ed ecco perché è consigliato in ogni azione di sforzo, come il sollevamento della barella, fare una bella espirazione forzata.

Ma vediamo ora come rendere tutti questi muscoli pronti a proteggere la nostra colonna durante gli sforzi e la attività quotidiane.

Esegui questi semplici esercizi almeno due volte a settimana. Gli esercizi consgiliati sono in ordine crescente di difficoltà. I primi due esercizi sono quelli più semplici e possono essere eseguiti da tutti. Per patologie già riscontrate alla colonna vertebrale si consiglia di eseguire gli esercizi con la supervisione di uno specialista.

 

Espirando schiacciare la zona lombare a terra, contrarre l’addome e portare l’ombelico verso la colonna vertebrale. Inspirare e ritornare alla posizione di partenza. Ripetere 10 volte senza fermarsi. Eseguire 3 serie con riposo di 1 minuto

Espirando contrarre l’addome, portare l’ombelico verso la colonna vertebrale e sollevare le spalle appiattendo la zona lombare a terra. Scendere inspirando e risalire. Per evitare l'insorgenza di problemi cervicali mantenere la testa in linea con il busto. Le mani posizionate dietro la nuca devono avere solo azione di sostegno. Ripetere 10 volte senza fermarmi. Eseguire 3 serie con riposo di 1 minuto. Questa posizione è consigliata in presenza di tensioni lombare al posto dell’esercizio successivo.

Espirando contrarre l’addome, portare l’ombelico verso la colonna vertebrale e sollevare le spalle appiattendo la zona lombare a terra. Scendere inspirando e risalire. Per evitare l'insorgenza di problemi cervicali mantenere la testa in linea con il busto. Le mani posizionate dietro la nuca devono avere solo azione di sostegno. Ripetere 10 volte senza fermarmi. Eseguire 3 serie con riposo di 1 minuto

Contrarre l’addome portando l’ombelico verso la colonna vertebrale. Sollevare braccio sinistro e gamba destra mantenendo l’equilibrio con addome contratto. Sguardo rivolto a terra. Scendere e ripetere dall’altro lato. Ripetere 10 volte alternando sempre il lato. Eseguire 3 serie con riposo di 1 minuto

Contrarre l’addome portando l’ombelico verso la colonna e sollevare le ginocchia di pochi centimetri. Mantenere la posizione per 10 secondi mantenendo la schiena allineata e l’addome contratto. Eseguire 3 serie con riposo di 1 minuto

Contrarre l’addome portando l’ombelico verso la colonna vertebrale. Mantenere tutto il corpo dritto in appoggio su gomiti e piedi, con schiena allineata e addominali ben contratti. Mantenere la posizione per 10 secondi. Eseguire 3 serie con riposo con 1 minuto. Questo esercizio prevede una buona preparazione fisica. Consigliato solo per soggetti già allenati.

La formazione dedicata per la gestione del dolore, la potete svolgere con noi:

5.1 MOBILITAZIONE DEI CARICHI PER SOCCORRITORI DELLA 3° ETA’ E NON SOLO

Bibliografia:

“Il back pain di origine meccanica, fondamenti di biomeccanica rachidea e patomeccanica” V.PARODI, E.MARTINELLI. Edizione Veneta Vicenza 2008

“Fisiologia e biofisica medica” BALDISSERRA F.Poletto Editore,Milano, 1996.

“The influence of sudden perturbations on trunk muscle activity and intra abdominal pressure during standing” Exp. Brain Res. 98: 336-341. Cresswell A.G., Oddsson L.,Thorstensson A, 1994.

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Incidenti domestici: Fuoco e Ustioni

Non giocare con il fuoco:

Il fuoco è responsabile di ca. 17 000 incidenti l’anno, un terzo di questi si verifica per negligenza. La maggior parte degli incendi accade con bambini tra 0 e 16 anni. I danni provocati dal fuoco causano costi e sofferenze: i danni materiali riconducibili agli incendi ammontano a milioni di euro a cui si aggiungono sofferenze umane inestimabili. Vediamo come non bruciarsi le dita!

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Fuoco all’aperto

Una grigliata in compagnia o semplicemente star seduti attorno a un fuoco. All’elemento fuoco spetta un ruolo da protagonista; per la propria sicurezza bisogna tener conto dei seguenti punti.

Nelle vicinanze ci sono oggetti infiammabili? Ci si trova in un periodo di siccità? C’è vento? Ci sono dei bambini?

• Usa cubetti accendi fuoco o pasta combustibile invece di accendi fuoco liquidi.

• Tieni sempre d’occhio il fuoco e spegni la brace completamente usando dell’acqua

Candele

Le candele creano un ambiente romantico, ma possono anche provocare un incendio. Per non mandare in fumo l’atmosfera romantica basta adottare le seguenti precauzioni. 

• Tieni d’occhio le candele accese. Spegnile quando esci dal locale.

• Usa sotto candela e candelabri di materiale non infiammabile e ponili a una distanza di 30 cm dagli oggetti infiammabili. • L’albero di Natale deve poggiare su un sostegno stabile. Getta la corona d’Avvento e l’albero di Natale poco dopo le feste.

Grill da tavola

I piaceri del palato portano allegria a tavola. Affinché il pranzo o la cena diventi un successo, bisogna tener conto di quanto segue. 

• Usa pasta combustibile invece di spirito da ardere. Attenzione quando usi spirito: aspetta che il rechaud sia freddo e tienilo a distanza dalle persone.

• Tieni a portata di mano una coperta antincendio per i casi d’emergenza.

Elettrodomestici

Molti elettrodomestici producono calore. Pertanto bisogna prendere le cautele necessarie. 

• Lascia riparare gli elettrodomestici come il ferro da stiro, gli umidificatori o gli apparecchi con gas liquido da un tecnico.

• Tieni d’occhio gli elettrodomestici accesi. Non lasciare gli apparecchi in modalità stand by.

• Posa i cavi in modo che nessuno vi inciampi.

In cucina

I seguenti punti ti aiutano a evitare un rogo in cucina. 

• Proteggi le mani con guanti da cucina e presine.

• Fornello: usa le piastre posteriori, gira il manico delle pentole verso l’interno e non usare il fornello come deposito.

• Forno: fallo installare ad altezza del petto e scegline uno con vetro a isolamento termico.

• Rubinetti (anche nel bagno): usa un miscelatore termo statico.

• Prudenza con l’olio: non surriscaldarlo e non aggiungervi acqua o spezie quando in ebollizione. Non spegnere mai le fiamme prodotte dall’olio con acqua ma soffocale coprendole con un coperchio o una coperta antincendio.

Stufe a etanolo

Le stufe senza canna fumaria vanno sempre più di moda. Per la tua sicurezza tieni conto dei seguenti consigli.

• Colloca la stufa in modo che non possa cadere per una spinta.

• Questo tipo di stufa è un oggetto decorativo, pertanto non usarla mai come riscaldamento.

• Con la combustione di etanolo si producono sia CO2 sia gas tossici, ricordati per- tanto di aerare regolarmente il locale.

Bambini e fuoco

Ai bambini piace giocare con il fuoco. Pertanto, 6 su 10 incendi vedono coinvolti dei bambini. Gli adulti, come tali, devono dare il buon esempio. Spiega al bambino i pericoli legati al fuoco e al calore. Adotta le apposite misure di sicurezza (p. es. protezione per fornelli o i radiatori e stufe a legna affinché non possano essere toccati dai bambini). Tieni fuori della portata dei bambini il ferro da stiro.

In caso di ustioni

• Mettere le parti ustionate immediatamente sotto l’acqua fredda corrente per almeno 15 minuti.

• Non utilizzare creme o rimedi casalinghi finche il calore non si completamente dissipato.

• Non correre se i vestiti prendono fuoco, ma rotolarsi per terra.

• Spegnere il fuoco con una coperta o con vestiti di lana (non usare stoffe sintetiche).

• Non togliersi i vestiti, altrimenti vi è il pericolo di strappare pezzi di pelle.

• Per evitare uno choc di temperatura: coprire la vittima, non dare da mangiare né da bere.

• Chiamare il 118 evidenziando bene il fatto e con che cosa si è ustionato il pericolante.

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Rescue Academy, grazie a i suoi professionisti, ha redatto questo documento dove mette in  evidenza alcuni metodi non invasivi per la mobilitazione del paziente pediatrico.

 

Fino ad oggi il trauma, come ormai noto, costituisce nell’età pediatrica la prima causa di morte. In particolare il trauma cranico risulta ancor oggi prevalente rispetto ai traumi addominali. Un bambino sottoposto a sollecitazioni provocate in ogni suo distretto corporeo da energie cinetiche uguali a quelle cui è sottoposto un adulto subirà lesioni quantitative e/o qualitative più importanti.

Peraltro l’apparato locomotore più elastico porta a minori fratture rispetto all’adulto; da questo ne consegue che in presenza di fratture di un bambino la quantità di energia in gioco è stata molto elevata e questo ci deve far porre ulteriore attenzione su probabili lesioni interne.

Questo testo non vuole enfatizzare le diversità anatomiche e fisiopatologiche adulto /bambino, ma porre l’attenzione sulle tecniche di mobilizzazione di questi pazienti fino al loro corretto posizionamento su presidi a loro dedicati, ancora oggi non del tutto codificate come avviene per esempio nel paziente adulto.

BAMBINO ALLOGGIATO NELL’APPOSITO DISPOSITIVO DI RITENUTA IN AUTO :

Con l’entrata in vigore dal 14 Aprile 2006 del Decreto Legislativo 13 marzo 2006 n° 150, modifica dell’articolo 172, del Codice della strada, si disciplina “l’uso della cintura di sicurezza e dei SISTEMI DI RITENUTA PER BAMBINI “.

Tale decreto recita inoltre che i dispositivi di ritenuta devono obbligatoriamente essere utilizzati dalla nascita fino ai 18 kg avvalendosi di appositi seggiolini (sistemi di ritenuta) e oltre questo peso fino ai 36 kg adoperando adattatori (da porre sotto la seduta del bambino).

Da questo si può facilmente dedurre che statisticamente un soccorritore può dover intervenire su un bambino e mettere in atto una serie di manovre per garantire la prevenzione di danni secondari (da trasporto o mobilizzazione) al paziente stesso.

L’approccio consigliato per il personale soccorritore  (una volta valutato l’ A-B-C-D-E del paziente, attenendosi scrupolosamente alle indicazioni poste in essere da protocolli emergenza/urgenza territoriali), non dimenticare sempre il fattore F.

L’approccio al paziente deve essere svolto avvalendosi delle nozioni dedicate e, come prima cosa, si deve provvedere alla gestione della testa del piccolo dato che come è ben noto è l’unico distretto corporeo che in caso di collisione è libero di muoversi e quindi viene classificato come compromesso. L’immobilizzazione verrà garantita “manualmente”, cercando cioè di colmare lo spazio fra tale distretto anatomico e il sedile con le proprie mani, in modo da ridurre ogni possibile movimento del capo durante le fasi di spostamento.

Nel caso in cui il paziente presenti una conformazione anatomica (patologica o fisiologica) idonea al suo posizionamento e sia in grado di sopportarlo, il collare cervicale va utilizzato (e consigliato nessun collare sotto l’anno di età ma attenetevi alle vostra formazione regionale).

In questa fase i soccorritori provvederanno con le dovute precauzioni a mantenere ben salde le cinture di sicurezza già indossate, per poi afferrare modo saldo e preciso il paziente, prima di toglierle, afferrandolo con due mani ciascuno per un lato.

Una volta usciti dal veicolo con il seggiolino fare attenzione a non modificare l’inclinazione del piccolo paziente fino a quando non sarà necessario per il posizionamento sul presidio per evitare di sollecitare il rachide cervicale e prevenire lo scivolamento delle faccette vertebrali (sarà impossibile, ma proviamoci!).

Il primo soccorritore, con le mani a “C” dovrà afferrare e stabilizzare da sopra la testa la parte superiore del torace e il capo, posizionando, senza premere eccessivamente, il pollice sulle clavicole e palmo e dita in modo da sostenere le scapole, la parte del dorso e la regione che va dalla radice del collo alla spalla, avendo cura di bloccare la testa del paziente con i polsi  per un corretto allineamento del rachide cervicale cercando di limitare il più possibile movimenti di torsione, inclinazioni antero-posteriori, e laterali; inutile dire che orologi e altre cose non ci devono essere.

Successivamente un soccorritore si occuperà di slacciare (tagliare) tutte le cinture, assicurandosi così di aver svincolato il paziente, e solo a questo punto potrà entrare, con una mano, nello spazio compreso fra la parte lombo-sacrale del bambino e il seggiolino, mentre l’altra mano dovrà porla sulla parte superiore del “bacino-anche-pelvi”, facendo attenzione a non comprimerlo (in questo momento sarà anche possibile eventualmente apprezzare movimenti o condizioni anomale di tale distretto).

Una volta che si è assicurato di aver posto le mani in posizione “a conchiglia” pinzando con il pollice, senza creare pressione eccessiva, la “cresta” del paziente, ci si coordina con l’altro soccorritore ed eventualmente una terza persona, non necessariamente un soccorritore, per la manovra di scivolamento del paziente sul presidio e la rimozione del seggiolino.

In questa fase come sempre si ribadisce l’importanza degli operatori di porsi l’uno di fronte all’altro per potersi capire e comprendere le operazioni che stanno svolgendo, oltre che a monitorare entrambi, visivamente, le condizioni del paziente, per poi posizionarlo in modo corretto sul presidio a vostra disposizione (con cinghie aperte) e di togliere il seggiolino, inclinandolo, permettendo con un movimento simultaneo lo “scivolamento” regolarizzato con la manovra di “Lift and Slide” controllando il piccolo paziente fino al posizionamento corretto.

Dal “ seggiolino “….al suo posizionamento sul presidio a vostra disposizione

PROCEDURA CONSIGLIATA :

  1. Valutare la sicurezza della scena ;
  2. Raggiungere il seggiolino del bambino ;
  3. Valutare A-B-C-D-E (seguendo protocolli emergenza/urgenza territoriali), se è possibile mettere il collare cervicale.
  4. Collocare “mani” o “riempitivi” intorno al capo del bambino da (spalla a spalla) mantenendoli ben saldi con le mani e assicurarsi che le cinture del seggiolino siano ben salde al bambino. Se necessario tenderle;
  5. Afferrare in due soccorritori entrambe i lati del seggiolino ed estrarlo dal veicolo. se disponibile un terzo, i due operatori mantengono il bambino;
  6. Collocare il seggiolino sulla parte inferiore (lato piedi) del presidio a vostra disposizione
  7. Inclinare il seggiolino fino a far poggiare lo schienale sulla presidi di immobilizzazione
  8. Il soccorritore che si trova alle spalle del bambino entra con una mano tra il sedile e la spalla/dorso afferrandolo con la mano a “C”
  9. Un soccorritore dovrà entrare con una mano nello spazio compreso fra il sedile e la parte lombo-sacrale del bambino , ponendo poi l’altra sulla parte superiore “ bacino-anche-pelvi “Attenzione all’inarco del paziente… !
  10. A questo punto un soccorritore si occuperà di slacciare /tagliare le cinture del seggiolino
  11. Adesso il soccorritore di fronte al bambino impartirà l’ordine per far togliere il seggiolino permettendo grazie alla manovra “Lift and Slide” di adagiarlo sul presidio a vostra disposizione

 

ATTENZIONE: QUESTI CONTENUTI, DEVONO ESSERE SVOLTI SOLO DOPO UNA FASE CONOSCITIVA SULLE ESIGENZE PEDIATRICHE E CON IL SUPPORTO DI SPECIALISTI.

La formazione dedicata a queste manovre la potete trovare all'interno del nostro corso:

2.1 GESTIONE DEL TRAUMA NEL PAZIENTE PEDIATRICO

Formatore Rescue Academy
Alexandro Stecchezzini
Telefono +39 389 23 48 119
Email: info@rescueacademy.it
Skype: rescueformazione (alexstecchezzini)

Rimozione del casco

Rescue Academy consiglia, come le migliori scuole Internazionali, che nel caso di un paziente indossi un casco integrale, il casco va rimosso in una fase precoce del processo di valutazione.

La rimozione del casco fornisce al soccorritore un accesso immediato per la valutazione e gestione delle vie aeree. La rimozione del casco pertanto assicura di poter valutare eventuali sanguinamenti nascosti, di poter portare in posizione neutra la testa del paziente (altrimenti non ottenibile per la flessione del collo imposta dal casco in un paziente supino). Consente inoltre di poter eseguire correttamente l’immobilizzazione spinale e, a seconda del protocollo utilizzato, di poter eseguire una valutazione secondaria completa anche di testa e collo.

La manovra dovrà essere sempre spiegata adeguatamente al paziente prima e durante la sua esecuzione ed è necessario che siano presenti due soccorritori addestrati per la sua corretta esecuzione.

 

  1. Il primo soccorritore, dopo essersi posizionato alla testa del paziente, afferra il casco tenendo i palmi premuti contro il lato e le dita sul margine inferiore. Con questa presa il primo soccorritore stabilizza il casco, testa e collo in posizione più vicina possibile a quella neutra. Il secondo soccorritore, posizionandosi al lato del paziente, apre la visiera e slaccia o taglia la cinghia mentoniera.
  2. Il secondo soccorritore, con una mano, afferra con pollice e indice la mandibola del paziente mentre posiziona l’altra mano, facendola passare sotto al collo del paziente sull’occipite, in modo da assumere il controllo della stabilizzazione manuale. Gli avambracci del soccorritore, devono poggiare sul terreno e sulle coste/sterno (delicatamente, solo per migliorare la stabilizzazione della testa), del paziente per fornire la maggiore stabilità possibile durante la manovra.
  3. Il primo soccorritore traziona i lati del casco allargandoli leggermente e sfila il casco con un movimento basculante. Il movimento deve essere lento e deciso e si deve prestare attenzione a non urtare il naso del paziente durante la manovra chiamata anche manovra a 2 movimenti.
  4. Una volta rimosso il casco si posiziona il collare cervicale mantenendo manualmente la posizione neutra del paziente e posizionando un’imbottitura al di sotto del capo del paziente (ferma capo scoop per esempio).

Elementi chiave nella rimozione del casco:

Mentre un soccorritore mantiene immobilizzato il capo l’altro esegue le manovre, i soccorritori non si muovono mai contemporaneamente.

Il soccorritore che rimuove il casco lo ruota in direzioni differenti, dapprima per liberare il naso e quindi la nuca del paziente.

Bibliografia

Manuale PHTLS - http://www.naemt.org/education/PHTLS/

Offerta -Scadenza 30 Settembre 2017

L'ADESIONE ALL'OFFERTA CON IL 50% DI SCONTO, DEVE ESSERE CONFERMATA ENTRO E NON OLTRE IL 31 LUGLIO.

Buon giorno, volevamo proporle un PROGETTO FORMATIVO con 3 giornate da 6/8 ore dedicate ai Vostri soccorritori.

LE GIORNATE SONO IN DATE SEPARATE NON DI SEGUITO, POTETE SCEGLIERE LE DATE CHE PER LA VOSTRA ASSOCIAZIONE O COLLEGHI VI SONO PIU' CONGENIALI. LA MAGGIOR PARTE DEI CORSI POTREBBE ESSERE SVOLTA A REGGIO EMILIA AL RAGGIUNGIMENTO DI 6 PARTECIPANTI.

I contenuti che vorremmo proporvi, sono dedicati e studiati sulle esigenze che presentano più difficoltà per un SOCCORSO TECNICO, svolto da Soccorritori Volontari e Professionisti.

Le caratteristiche di come vengono svolte le nostre giornate di CONSOLIDAMENTO alle VOSTRE CONOSENZE, sono descritte qui: http://associazionerescueacademy.it/chi-siamo/

1.4 CORRETTE APPLICAZIONE DELLE MANOVRE DI ESTRICAZIONE NELLA GESTIONE DEL TRAUMA

Questa giornata punta ad approfondire l’estricazione avendo come obiettivo quello di acquisire delle tecniche e procedure operative all’uso dei presidi dedicati alla gestione del paziente o dei pazienti “incarcerati” in veicoli e in luoghi confinati.

http://associazionerescueacademy.it/corsi/1-4-corrette-applicazione-delle-manovre-di-estricazione-nella-gestione-del-trauma/

2.2 GESTIONE DEGLI ASPETTI RELAZIONALI NELL'APPROCCIO E AL TRASPORTO DEL PAZIENTE PEDIATRICO

Rescue Academy ha dedicato molto al paziente pediatrico. La giornata si prefigge di approfondire la conoscenza dei principi di immobilizzazione del paziente Pediatrico vittima di trauma ma soprattutto il modo comportamentale che il soccorritore deve avere con i genitori.

http://associazionerescueacademy.it/corsi/498-2/

3.3 GESTIONE AVANZATA DEL SOCCORSO IN AMBIENTE SAR

Con questo modulo formativo prevede di aumentare la manualità ai Soccorritori/Tecnici come:

- Volontari di Protezione Civile,

- Vigili del fuoco Discontinui,

- Volontari di Pubbliche Assistenze,

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proponendo metodologie di intervento dedicate alla gestione e al trasporto di “pericolanti traumatizzati” nei vari scenari di intervento, su piani inclinati, boschivi, instabili, macerie, ecc.

http://associazionerescueacademy.it/corsi/3-3-gestione-avanzata-del-soccorso-in-ambiente-sar/

 

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Spese di VITTO E ALLOGGIO e SPESE DI SPOSTAMENTO (INCLUSE fino a 150 km dalla nostra sede: Reggio Emilia)

 

Il costo a Partecipante (Minimo 6 Partecipanti) è di 85 € (di una sola giornata) per lo svolgimento di tutte e tre le giornate.

Il costo a Persona con spese incluse è di 65 € (compreso delle varie iscrizioni e incartamenti burocratici)

ORGANIZZAZIONE: Le giornate da 6/8 ore possono essere svolte in date fissate e NON MODIFICABILI a piacere in vostra sede. Il MATERIALE per lo SVOLGIMENTO della giornata è quello che utilizzate tutti i giorni sui vostri mezzi, un AULA e un VIDEO PROIETTORE (possiamo portarlo anche noi).

 la GIORNATA formativa, deve essere FISSATA CON DATE PRECISE in un incontro al mese

LE GIORNATE SONO IN DATE SEPARATE NON DI SEGUITO, POTETE SCEGLIERE LE DATE CHE PER LA VOSTRA ASSOCIAZIONE O COLLEGHI VI SONO PIU' CONGENIALI. LA MAGGIOR PARTE DEI CORSI POTREBBE ESSERE SVOLTA A REGGIO EMILIA AL RAGGIUNGIMENTO DI 6 PARTECIPANTI.

Il pagamento dovrà essere ANTICIPATO per ogni data con Bonifico Bancario.

 

Massimo Zucchetti Telefono +39 331 89 17 579

Alexandro Stecchezzini Telefono +39 389 23 48 119

Email: info@rescueacademy.it

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Face Book: https://www.facebook.com/associazionerescueacademy/

The 6-Plus–Person Lift Transfer Technique Compared With Other Methods of Spine Boarding

Gianluca DelRossi, PhD, ATC,1 MaryBeth H Horodyski, EdD, ATC,2 Bryan P Conrad, ME,2 Christian P Di Paola, MD,3 Matthew J Di Paola, MD,3 and Glenn R Rechtine, MD3

1University of Florida, Tampa, FL

2University of Florida, Gainesville, FL

3University of Rochester, Rochester, NY

Gianluca Del Rossi, PhD, ATC, and MaryBeth H. Horodyski, EdD, ATC, contributed to conception and design; acquisition and analysis and interpretation of the data; and drafting, critical revision, and final approval of the article. Bryan P. Conrad, ME, contributed to conception and design; acquisition and analysis and interpretation of the data; and critical revision and final approval of the article. Christian P. Di Paola, MD, and Matthew J. Di Paola, MD, contributed to acquisition of the data and critical revision and final approval of the article. Glenn R. Rechtine, MD, contributed to conception and design; acquisition and analysis and interpretation of the data; and drafting, critical revision, and final approval of the article.

Gianluca Del Rossi, PhD, ATC, University of South Florida College of Medicine, 3500 E Fletcher Avenue, Suite 511, Tampa, FL 33612, e-mail: gdelross@health.usf.edu

This article has been cited by other articles in PMC.

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Abstract

Context:

To achieve full spinal immobilization during on-the-field management of an actual or potential spinal injury, rescuers transfer and secure patients to a long spine board. Several techniques can be used to facilitate this patient transfer.

Objective:

To compare spinal segment motion of cadavers during the execution of the 6-plus–person (6+) lift, lift-and-slide (LS), and logroll (LR) spine-board transfer techniques.

Design:

Crossover study.

Setting:

Laboratory.

Patients or Other Participants:

Eight medical professionals (1 woman, 7 men) with 5 to 32 years of experience were enlisted to help carry out the transfer techniques. In addition, test conditions were performed on 5 fresh cadavers (3 males, 2 females) with a mean age of 86.2 ± 11.4 years.

Main Outcomes Measure(s):

Three-dimensional angular and linear motions initially were recorded during execution of transfer techniques, initially using cadavers with intact spines and then after C5-C6 spinal segment destabilization. The mean maximal linear displacement and angular motion obtained and calculated from the 3 trials for each test condition were included in the statistical analysis.

Results:

Flexion-extension angular motion, as well as anteroposterior and distraction-compression linear motion, did not vary between the LR and either the 6+ lift or LS. Compared with the execution of the 6+ lift and LS, the execution of the LR generated significantly more axial rotation (P = .008 and .001, respectively), more lateral flexion (P = .005 and .003, respectively), and more medial-lateral translation (P = .003 and .004, respectively).

Conclusions:

A small amount of spinal motion is inevitable when executing spine-board transfer techniques; however, the execution of the 6+ lift or LS appears to minimize the extent of motion generated across a globally unstable spinal segment.

Keywords: prehospital care, spine injuries, spinal immobilization, logroll transfer technique, lift-and-slide transfer technique

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Key Points

  • The 6-plus–person lift and lift-and-slide transfer techniques appeared to minimize the motion generated across an unstable spinal segment.
  • Significantly more lateral flexion and axial rotation was generated with the logroll maneuver than with the lift-and-slide and 6-plus–person lift techniques.

The neurologic status of cervical spine-injured patients is not always a reliable indicator of the structural stability of the spinal column.1 Therefore, primary responders are expected to follow the standard-of-care recommendations to minimize the risk of creating iatrogenic neurologic injuries during the prehospital stages of management. Mainly, this entails immobilizing the entire spine and maintaining immobilization until the patient has been transported to a medical facility where a thorough evaluation can take place and appropriate treatment can be initiated.

To achieve full spinal immobilization during on-the-field management of an injury, rescuers typically transfer and secure patients to a long spine board.2–,4 The task of moving patients onto a spine board can prove challenging because the head and trunk must be moved together as a unit. Frequently, the logroll (LR) maneuver is executed to aid rescuers in positioning the patient onto the spine board.5 This transfer technique involves rolling the injured patient to the side-lying position to allow for a spine board to be wedged in place beneath the individual. The alternative is to use a procedure that involves lifting the patient off the ground to permit spine-board placement.

In 2001, the Inter-Association Task Force for Appropriate Care of the Spine-Injured Athlete6 published a report expressly advocating the use of a technique for lifting supine athletes referred to as the “6-plus–person lift” (6+ lift). The basis for recommending this technique for transferring supine athletes was that heavy persons could be handled more efficiently because the work of lifting the patient would be apportioned among the greater number of personnel required to execute this procedure. In addition, using this technique in combination with a scoop stretcher avoids rolling the injured athlete over bulky protective equipment, which could interfere with the transfer process and bring about unwanted spinal column movements.6

Researchers have attempted to establish the relative safety of the LR and the LS by determining the amount of spinal movement created during their execution,4,7–,12 but to our knowledge, the spinal movement generated during the 6+ lift has never been measured. Therefore, the purpose of our investigation was to examine the effectiveness of the 6+ lift for limiting spinal motion compared with the LR maneuver and LS technique.

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Methods

Using a crossover study design, we analyzed 6 dependent variables: axial rotation, flexion-extension, lateral flexion, anteroposterior displacement, distraction, and medial-lateral translation at the C5-C6 spinal segment. These measures were influenced by 2 independent variables: technique and experimental lesion.

Participants

We enlisted the aid of 8 medical professionals (1 woman, 7 men) for our investigation. This group of certified first-aid providers consisted of 3 physicians, 2 certified athletic trainers, and 3 other hospital staff members. The number of years of experience for each of the participants ranged from 5 through 32 years. Only 5 of the participants were needed to execute the LR maneuver and LS technique, whereas all 8 were required to perform the 6+ lift technique.

Experimental Lesion

We used 5 fresh cadavers (3 males, 2 females; age = 86.2 ± 11.4 years, height = 175.9 ± 10.2 cm, mass = 84.7 ± 28.0 kg) to test transfer techniques. All 3 transfer techniques were initially carried out on cadavers with intact spines and then repeated after the creation of a complete segmental lesion that resulted in global instability at the C5-C6 spinal level. To standardize the injury condition, a spine surgeon created the experimental lesion on all cadavers. The lesion was created by excising the supraspinous and interspinous ligaments, the ligamentum flavum, the spinal cord, the facet capsules, and the anterior and posterior longitudinal ligaments along with the intervertebral disc. To access the lower cervical vertebrae of the cadavers and measure the magnitude of the movements created at the segmental level of interest, the surgeon had to displace or remove a number of structures overlying the anterior aspect of the cervical spine. These structures included the larynx, the esophagus, and the trachea.

According to White and Panjabi,13 the cervical spine is considered unstable if the angular displacement of a vertebral body compared with an adjacent vertebrae is more than 11° or if the horizontal displacement exceeds 3.5 mm. To verify that sectioning of soft tissue restraints resulted in global instability, we examined the angular displacement of C5 relative to C6 as the head and neck were moved passively through the full ranges of motion possible in each of the 6 directions (flexion, extension, right and left rotation, and right and left lateral flexion). The average degree of instability (±SD) achieved with our test cadavers was 46.8° (±4.8°) in the sagittal plane, 43.1° (±23.0°) in the transverse plane, and 34.2° (±18.0°) in the frontal plane.

Equipment

We used a motion-tracking device (LIBERTY; Polhemus Inc, Colchester, VT) to quantify the motion generated between C5 and C6 during the execution of transfer techniques. This 6-degrees-of-freedom motion-tracking device uses electromagnetic fields generated by a transmitter to determine the 3-dimensional (3D) position and orientation of its sensors. The maximal capture volume for the motion-tracking system is a hemisphere with a radius of approximately 79 cm from the transmitter. For this investigation, the transmitter was implanted inside the cadaver's chest cavity during testing. Pilot testing revealed that placing the transmitter in this location maximized the accuracy of the system because the transmitter was never more than 40 cm from any of the sensors at any given time.

The output of the sensors was unfiltered, 3D position and orientation data presented as a matrix of direction cosines for the sensors relative to the transmitter. The rotation matrices of the sensors were transformed so that the direction cosine matrix (DCM) was calculated for the distal sensor relative to the proximal sensor using the following equation:

 

where [A] is the rotation matrix for the sensor placed on the proximal vertebral body and [B] is the rotation matrix for the sensor placed on the distal vertebral body. Angles were calculated using the tilt-twist method described by Crawford et al.14 A custom LabVIEW (National Instruments Corporation, Austin, TX) program was written to collect and process the data from the motion-tracking system.

Motion that was generated at the C5-C6 segment during the execution of the 3 test procedures was acquired by positioning a tethered sensor on the anterior surface of each vertebral body (Figure 1). Given the size of the bodies of the cervical vertebrae, physical space upon which the sensors could have been placed was limited. In all cases, we attempted to centrally position the sensors along the vertebral bodies of interest. After the sensors were positioned, they were aligned with the anatomical coordinate system by aligning the cadaver with the transmitter (before it was implanted in the chest) and “zeroing” out the rotation matrix of each sensor, thereby effectively correcting for any misalignment of the sensors with respect to the vertebral body.

To secure the sensors from the motion-tracking device onto the chosen landmarks, we fitted sensors onto small, custom-designed, polyethylene mountings. The mountings were secured to the vertebral bodies using titanium surgical screws. The motion-tracking device has the ability to detect distortions in the magnetic field signal that can adversely affect the accuracy of the data. Pilot testing demonstrated that titanium screws did not affect the magnetic field of the motion-tracking system. If any signal distortion was detected, the cadaver was moved away from the distortion source (usually a nearby metal object), and the trial was repeated.

All possible angular motions (axial rotation, flexion-extension, and lateral flexion) and linear shifts (anteroposterior displacement, medial-lateral translation, and axial translation) were recorded in real time during the execution of each test trial. With an update rate of 240 Hz per sensor and accuracy of 0.076 cm root mean square for position and 0.15° root mean square for orientation, this device is well suited for collecting real-time data.

Treatments

Five participants were needed to execute the versions of the LR maneuver and LS technique used in our investigation.5 Each technique required 4 rescuers to roll or lift the cadaver and 1 individual to position the spine board. For the 6+ lift technique, 8 participants were required. To maximize the response to the treatments (ie, angular and linear displacement at the C5-C6 vertebral segment), an extrication collar was not used during the execution of transfer techniques. In the case of a true emergency, a spine-injured individual found in the supine position and not wearing protective equipment is unlikely to be transferred to a spine board without an extrication collar in place.

The Logroll Maneuver

The 4-person LR required 1 individual to give directions and provide manual in-line stabilization of the head and neck and 3 others to assist in rolling the body. One of the assisting rescuers was located at the level of the shoulders; 1, at the hip and pelvis; and 1, alongside the knees. In a coordinated manner, all 4 participants rolled the cadaver to the side-lying position. Next, a fifth individual was required to wedge the spine board beneath the cadaver at an angle of approximately 45° to the horizontal. The cadaver was then rolled back to the supine position, at which point the rescuers often needed to make some minor adjustments to center the cadaver on the spine board.

The Lift-and-slide Technique

With the 4-person LS, 1 individual maintained manual, in-line stabilization of the head and neck, while the 3 other rescuers straddled the cadaver in preparation for lifting the upper torso, hips, pelvis, and lower extremities. A fifth assistant again was responsible for placement of the spine board. When all participants were ready, the individual stabilizing the head and neck directed the others to raise the cadaver off the ground to enable the remaining rescuer to slide the spine board under the cadaver from the foot end. To complete the procedure, the cadaver was settled gently into place on the spine board.

The 6-plus–person Lift

As described by the Inter-Association Task Force,6 the 6+ lift technique required 1 person to immobilize the head and neck and 6 individuals (1 positioned on each side of the chest, pelvis, and legs) to assist with the lift. Once again, the person providing manual in-line stabilization guided the procedure, directing the others to lift the cadaver from 4 to 6 in (10.16 to 15.24 cm) off the ground in a coordinated fashion. This provided clearance for the eighth rescuer to slide the spine board into place from the foot end of the cadaver. To complete the procedure, the cadaver was lowered carefully onto the spine board.

Procedures

Before data collection, participants were required to complete a brief familiarization session to become acquainted with the experimental protocol and each of the transfer techniques. We assigned each volunteer a specific task to complete with each transfer technique, and each practiced the test techniques from 2 to 3 times. The individual with the most experience in providing emergency care was selected to provide manual stabilization of the head and neck for all test trials. The others were assigned randomly to the other lifting or rolling positions. Testing began upon completion of this familiarization session.

Before each test trial, all cadavers were positioned supine with the head placed in line with the torso. By placing the cadavers in this starting position, we were able to consistently assess the amount of segmental motion generated as a direct result of completing the individual transfer techniques. The maximal angular and linear excursion of the vertebral segment that occurred within each plane of motion was calculated from this movement data. In all cases, motion data were collected from moments before the transfer technique was initiated and continued until the cadaver was lying supine and centered on the spine board. As might be expected, the amount of time required to complete each of the trials or each of the techniques was variable.

The order of testing for transfer technique was randomized using a computer-generated random numbers list (Stat Trek Inc, Atlanta, GA). Each of the transfer techniques was repeated 3 times in succession with a short rest period between each of the 3 trials to allow for repositioning of the cadaver. Testing took place with the spines intact (9 trials) and then after C5-C6 destabilization (9 trials). To avoid participant fatigue, only 1 cadaver was tested on any given day.

Statistical Analysis

A 2 × 3 (experimental lesion by technique) analysis of variance with repeated measures was used to analyze each of the variables of interest. The mean maximal linear displacement and angular motion obtained and calculated from the 3 trials for each condition were included in the analysis. Post hoc pairwise comparisons with Bonferroni adjustments were calculated when necessary. All statistical analyses were performed using SPSS statistical software (version 14.0; SPSS Inc, Chicago, IL) with the level of significance for all statistical tests set a priori at α ≤ .05.

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Results

The mean maximal linear and angular motion generated at the C5-C6 segment with each of the 3 transfer techniques are presented in Figures 2 through

 

Figure 2

Angular motion occurring in transverse plane. aDenotes significantly different (P < .05) from stable condition. bIndicates significantly different from logroll (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

 

Figure 3

Angular motion occurring in sagittal plane. aIndicates significantly different from stable spine for all techniques (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

 

Figure 4

Angular motion occurring in frontal plane. aDenotes significantly different (P < .05) from stable condition. bIndicates significantly different from logroll (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

 

Figure 5

Anteroposterior translation. aIndicates significantly different from stable spine for all techniques (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

 

Figure 6

Distraction. aIndicates significantly different from stable spine for all techniques (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

 

Figure 7

Medial-lateral translation. aDenotes significantly different (P < .05) from stable condition. bIndicates significantly different from logroll (P < .05). Error bars denote standard error of the mean.

Axial Rotation

Analysis of axial rotation data revealed a significant lesion-by-technique interaction effect (F2,8 = 24.56, P < .001) (Figure 2). Post hoc tests revealed a significant difference between the LR (7.21 ± 0.73°) and both the 6+ lift (2.73 ± 0.33°) (P = .008) and LS (2.01 ± 0.37°) (P = .001) when these were executed in the presence of a destabilized C5-C6 segment. In addition, the amount of motion generated with the LR before the creation of the instability (1.16 ± 0.18°) differed significantly from the amount of motion generated after the creation of the instability (7.21 ± 0.73°) (P = .002).

Flexion-Extension

No significant difference was noted for flexion-extension among techniques or for any 1 technique compared before and after the spinal instability was created. As might be expected, we found a main effect for lesion (F1,4 = 26.24, P = .007), with the greatest amount of motion generated after destabilization of the C5-C6 segment (Figure 3).

Lateral Flexion

A lesion-by-technique interaction was detected for lateral flexion (F2,8 = 30.98, P < .001) (Figure 4). Post hoc tests using a Bonferroni adjustment revealed a significant difference between the LR (7.50 ± 0.73°) and both the 6+ lift (2.35 ± 0.26°) (P = .005) and LS (2.58 ± 0.31°) (P = .003) techniques when performed on an unstable cervical spine. In both cases, the motion generated at the unstable segment with the execution of the LR maneuver was significantly more than the motion produced with either lifting technique. Post hoc tests also revealed significant differences between stable and unstable conditions with all techniques: stable LR (1.80 ± 0.30°) versus unstable LR (7.50 ± 0.73°) (P = .002), stable 6+ lift (0.33 ± 0.04°) versus unstable 6+ lift (2.35 ± 0.26°) (P = .0040), and stable LS (0.62 ± 0.14°) versus unstable LS (2.58 ± 0.31°) (P = .002).

Anteroposterior Translation

A main effect for lesion was observed (F1,4 = 15.85, P = .016), with a notable increase in anteroposterior motion occurring after the development of global instability (Figure 5).

Distraction Motion (Axial Translation)

The statistical analysis of distraction data indicated that significantly greater motion (main effect) was detected subsequent to the creation of the lesion at C5-C6 (F1,4 = 10.82, P = .03) (Figure 6).

Medial-lateral Translation

A lesion-by-technique interaction was observed with medial-lateral translation data (F2,8 = 33.53, P < .001) (Figure 7). Once again, post hoc tests revealed a significant difference between the LR (0.63 ± 0.06 cm) and both the 6+ lift (0.17 ± 0.02 cm) (P = .003) and LS (0.17 ± 0.02 cm) (P = .004) techniques after the C5-C6 instability had been created. In addition, post hoc tests identified significant differences between stable and unstable conditions across all techniques: stable LR (0.10 ± 0.01 cm) versus unstable LR (0.63 ± 0.06 cm) (P = .004), stable 6+ lift (0.02 ± 0.003 cm) versus unstable 6+ lift (0.17 ± 0.02 cm) (P = .003), and stable LS (0.04 ± 0.01 cm) versus unstable LS (0.17 ± 0.02 cm) (P = .002).

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Discussion

The implementation of cervical spine immobilization during the emergency management of traumatically injured patients has become standard practice,15–,18 presumably because first responders may not be able to verify with certainty the degree of spinal stability or because the onset of signs and symptoms of spinal cord injury may be delayed.19,20 In recent years, however, opposition to the routine use of spinal immobilization has emerged because investigators19 have reported that only a small fraction of patients immobilized onto a spine board by emergency medical services personnel actually have an unstable spine. Furthermore, Vickery21 reported that prolonging the period of time spent on a rigid spine board can result in discomfort, pain, and possibly the development of pressure sores. Even though these possible complications related to spine-board use are of concern, they still pale in comparison with the potentially catastrophic consequences of not stabilizing and immobilizing a patient with actual spinal instability.

People with missed or mismanaged injuries might be expected to exhibit an escalation in neurologic deficit, but those who were cared for in a cautious manner, using approved and acceptable methods, would not be expected to exhibit this escalation. Yet, some patients, who were presumably cared for in an appropriate manner, have presented to hospital emergency departments with neurologic injuries believed to have been caused or exacerbated by actions taken during the early stages of management.22,23 The intimation that interventions designed to minimize the risk of neurologic deterioration may be more perilous than previously thought has brought into question the relative safety of many procedures used in the prehospital management of spine-injured patients. As a result, researchers7–,12,24–,34 have expressed considerable interest in assessing the effectiveness of these procedures, which include airway management protocols, spinal stabilization strategies, procedures for removing protective sporting equipment, and spine-board transfer techniques.

An examination of those studies7–,12,24–,34 evaluating the various interventions performed in the prehospital setting revealed that some spinal motion is inevitable. Although some authors35,36 believe that the motion generated by practitioners is insufficient in both magnitude and duration to produce adverse neurologic effects, a few reports37,38 indicate otherwise. The description by Harrop et al38 of a patient who experienced neurologic deterioration during the fitting of a halo vest suggested that large magnitudes of motion may not be necessary to produce secondary or progressive injury. However, the precise amount of motion necessary to compromise the spinal cord remains unknown.

Determining the threshold for neurologic injury is difficult. Among other factors, individual differences in anatomy, the location of the injury, and the degree of instability could affect the risk of neural tissue compression. Furthermore, with some injuries, the kinematics of the unstable cervical spine may become markedly unpredictable compared with the kinematics of the intact spine.22 Therefore, instead of quantifying the amount of motion required to exacerbate an existing spinal injury, researchers39,40 have chosen to identify the types of movement (ie, direction) that tend to pose the greatest risk to neural tissue.

The amount of spinal canal encroachment that may occur while moving the spine has been examined using diverse injury models of instability. Dimensional changes to the spinal canal (and intervertebral foramina) have been recorded after the creation of vertebral burst fractures and after a variety of anterior cervical lesions.39,40 Ching et al39 reported that extension; extension combined with lateral bending; and, to a lesser degree, axial rotation tended to result in notable occlusion of the spinal canal. In comparison, using a much different injury model, Nuckley et al40 determined that spinal canal space was affected only minimally by any type of cervical bending. However, they reported that, compared with measurements on intact spines, compromise of the intervertebral foramen increased greatly with extension, ipsilateral bending (lateral flexion), and ipsilateral bending with extension. They also reported that the greatest potential for neurologic injury occurred when the spine was loaded in extension combined with ipsilateral bending because the area available for the nerve root was reduced approximately 39%. The findings of these 2 investigations39,40 seem to indicate that extension, lateral flexion, and extension in combination with lateral flexion (and possibly axial rotation) may pose the greatest risk. Moreover, if applied to the results of our investigation, the LR appears to be the technique that tends to produce motions that are most likely to imperil neural tissue. However, the study methods that we employed precluded the evaluation of neural tissue compromise, making it impossible to compare results and draw definite conclusions.

In some of the earliest research on spine-board transfer techniques, investigators4,10 examined the suitability of the LR for transferring patients with thoracolumbar injuries. These authors suggested that the LR maneuver might not be appropriate to use with patients who have sustained lower thoracic or lumbar spine injuries. An investigation7 to examine the effectiveness of transfer techniques in limiting motion of the cervical spine was not conducted until 2003. Since then, several other investigations have been published,7–,9 and our results are consistent with these findings. That is, motion in the sagittal plane did not vary between the LR and other techniques, yet the execution of the LR tended to generate significantly more lateral flexion and axial rotation.

Completion of the LR requires more complex coordination than the 6+ lift and LS, and this may explain why a tendency for more axial rotation and lateral flexion appears to occur with the LR. Naturally, the rescuer stabilizing the head plays a significant role in coordinating the patient transfer. With the 6+ lift and LS techniques, this rescuer is required to lift the head and move it in simple linear fashion with the rest of the body. In comparison, during the execution of the LR, the body never leaves the ground as the patient is rolled to the side-lying position. Therefore, to remain aligned with the body, the head must rise from the ground and follow an arc of motion and, thus, must translate along a curvilinear path about a horizontal plane. Perceptual errors on the part of the rescuer completing this curvilinear movement might result in the positional deviation sometimes observed between the head and body.

In addition, Suter et al4 suggested that, during the performance of the LR maneuver, the slope of the thoracolumbar spine is likely to change because of differences in girth proportions among various areas of the body. Differences in width among the pelvis and the torso, while of no consequence when the patient is supine, might become problematic as a patient is rolled to the side-lying position. In the side-lying position, notable differences between pelvic and torso girths can cause the spinal column as a whole to slope. If not anticipated by the rescuer stabilizing the head, the development of a slope along the spinal column can result in deviations of the cervical spine if the position of the head departs from its alignment with the body.

Recently, a motorized spine board, which slides under the patient, was evaluated and compared with the LR.11 The investigators reported that equal amounts of head motion were generated with the LR in each of the 3 cardinal planes and observed that mean motion in the frontal and transverse planes was greater with the LR than with the motorized spine board. This finding demonstrates yet again that alternatives to the LR maneuver are available and should be considered by those providing care to spine-injured patients.

The Inter-Association Task Force for Appropriate Care of the Spine-Injured Athlete6 has advocated the use of the 6+ lift in combination with a scoop stretcher, but the effectiveness of the scoop stretcher only recently has been investigated. In a study that measured head motion in healthy individuals,12 the execution of the LR produced from 6° to 8° more motion in each plane than the motion that resulted from the application of the scoop stretcher. Clearly, testing the effectiveness of the scoop stretcher would have been fitting in our investigation because it would have established how the structurally unstable spine reacts during the use of this device. However, because we did not incorporate the scoop stretcher in our investigation, additional research is needed to further establish the potential benefits of using a scoop stretcher in combination with the 6+ lift.

All investigations have limitations that affect the generalizability of the results because of the methods used in the study. The various methodologic limitations of our investigation include the use of cadaver specimens that were significantly older than typical patients and likely smaller compared with some athletes. With advanced age, the mobility of human tissue is diminished,29 and this may have affected the amount of motion produced throughout the study. In addition, larger-sized patients may pose different challenges to the rescue team than the challenges that our research team experienced.

Along with the limits of generalizability related to the cadaver specimens, other factors needed to be considered. In our study, one person with 24 years of experience was responsible for maintaining manual stabilization during all trials. Compared with a less experienced person, this individual may have been able to restrict movement to a much greater extent. Also, to induce a spinal column injury that would mimic a worst-case clinical situation, we generated a complete segmental spine injury that resulted in global instability at a single level of the spine and precluded the use of a cervical extrication collar to maximize the response to the treatments. As indicated previously, no 2 injuries react in a similar fashion, and the amount of additional support that a cervical extrication collar would have provided to the rescue team is unknown; therefore, any extrapolation of conclusions should be considered carefully. Also, this investigation was completed in a controlled, laboratory setting, where the repercussions of a “botched” trial were trivial, but primary responders must understand that sloppy or careless on-field management of a spine-injured patient can result in large spinal deviations and a potentially tragic outcome. Finally, during our laboratory assessment of transfer techniques, the rescue team did not have to contend with challenges posed by other variables, such as sporting equipment worn by the patient, lack of rescue personnel, or lack of space.

Conclusions

Because a small amount of spinal motion is likely to occur with most emergency interventions and the quantity of motion necessary to compromise neural tissue is unknown, primary responders providing the initial care to potentially cervical spine-injured patients may want to become familiar with either the LS or 6+ lift; the execution of these spine-board transfer techniques appears to minimize the motion generated across an unstable spinal segment. Additional research is necessary to assess whether using a scoop stretcher in combination with either of the 2 lifting techniques could further improve the effectiveness of the transfer process.

 

 

Figure 1

Sensor placement.

Acknowledgments

This study was funded by a research grant from the National Operating Committee on Standards for Athletic Equipment, Overland Park, KS. We thank David Block, Andrew Sawers, Jenn Badger, Zack Ruetz, and Chris Bell for their assistance in data acquisition and Joanne Clarke for her help in manuscript editing.

  •  Other Sections

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Articles from Journal of Athletic Training are provided here courtesy of National Athletic Trainers Association 

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2231400/

2

Log Roll

Rescue Academy propone la manovra del "log roll" la quale, consente di posizionare un paziente su tavola spinale o su altro dispositivo o di ruotare il paziente per consentirne l’ispezione della schiena. La manovra, non consente di mantenere la stabilizzazione completa delle 5 masse corporee, se non viene svolta da minimo 3/4 soccorritori, affiatati e addestrati in modo sinergico e corretto. Ma con un buon controllo manuale e pratica permette di muovere minimamente la colonna.

Paziente supino

  1. I soccorritori applicano il collare cervicale come da procedura
  2. Mentre il soccorritore alla testa mantiene la posizione neutra del capo, altri due soccorritori si posizionano uno all’altezza del torace e un secondo a livello delle ginocchia. Il paziente deve essere allineato con le braccia lungo il corpo ed i palmi rivolti verso l’interno. I soccorritori afferrano il paziente in modo da far presa su spalle e bacino, utilizzando le strutture ossee in modo da mantenere l’allineamento durante la manovra. Braccia incrociate sulle strutture ossee portanti.
  3. I soccorritori posizionano la tavola spinale con l’estremità distale (parte finale) come riferimento, fra le ginocchia e le caviglie del paziente in modo che la testa della tavola si estenda oltre la testa del paziente. Mantenendo la tavola spinale contro la schiena del paziente i soccorritori fanno ruotare paziente e tavola fino a terra.
  4. Una volta sul terreno i soccorritori, afferrando saldamente spalle e bacino, fanno scorrere il paziente fino a portarlo in posizione corretta sulla tavola spinale. Utilizzando i cavi ascellari e la struttura del bacino, in sinergia con il soccorritore alla testa, si "trascina in diagonale" il paziente, fino a raggiungere il centro e la posizione corretta della testa. La testa deve essere mantenuta in posizione neutra senza essere trazionata durante la manovra. Manovra di "lift and slide" che non è la "manovra a ponte" la quale non è codificata da nessuna parte in bibliografia.
  5. Immobilizzare il paziente come da procedura del presidio.

Paziente Prono o semi prono

  1. Il paziente deve essere fatto ruotare in direzione opposta a quella in cui è posto il volto. Il primo soccorritore realizza la stabilizzazione manuale del capo mentre gli altri due soccorritori afferrano spalla, polso, regione del bacino e arti inferiori.
  2. I soccorritori posizionano la tavola spinale con l’estremità distale (parte finale) come riferimento, fra le ginocchia e le caviglie del paziente in modo che la testa della tavola si estenda oltre la testa del paziente. Mantenendo la tavola spinale contro la schiena del paziente i soccorritori fanno ruotare paziente e tavola fino a terra.
  3. Il paziente viene fatto ruotare sul fianco. Durante quest’operazione il soccorritore alla testa deve far ruotare la testa meno del corpo per realizzare l’allineamento corretto una volta che il paziente è sul fianco durante la rotazione.
  4. Una volta supino sulla tavola spinale, il paziente viene fatto traslare fino alla posizione corretta. Utilizzando i cavi ascellari e la struttura del bacino, in sinergia con il soccorritore alla testa, si "trascina in diagonale" il paziente, fino a raggiungere il centro e la posizione corretta della testa. La testa deve essere mantenuta in posizione neutra senza essere trazionata durante la manovra. Manovra di "lift and slide" che non è la "manovra a ponte" la quale non è codificata da nessuna parte in bibliografia.
  5. Una volta in posizione i soccorritori possono applicare il collare cervicale ed eseguire l’immobilizzazione sulla tavola spinale come da procedura del costruttore.

Bibliografia

Manuale PHTLS - http://www.naemt.org/education/PHTLS/

• http://www.alexstecchezzini.it/logrol/

• http://www.alexstecchezzini.it/tavola-spinale/

• http://www.alexstecchezzini.it/etica-sulla-diagnostica-durgenza-supporti-spinali-rogidi/

• http://associazionerescueacademy.it/manovra-di-liftslide/

di Alex Stecchezzini

La Centrale Operativa 118 invia un mezzo di soccorso di base sul luogo di un incidente stradale: è coinvolto un solo veicolo che ha violentemente urtato un palo dell’alta tensione.

I Volontari del Soccorso scendono dalla propria ambulanza e, assicuratisi che non vi siano ulteriori pericoli, si avvicinano all’auto.

All’interno vi è un paziente che urla di dolore: ha gli arti inferiori piegati ed incastrati tra il  cruscotto ed il volante.

Il sedile si è avvicinato al piantone dello sterzo ed il paziente non ha spazio per muoversi.

Grida dicendo di non riuscire a liberarsi dal mezzo.

L’estricazione del ferito:

Con il termine estricazione si intende quell’insieme di manovre tecnico-sanitarie che servono per mobilizzare un paziente intrappolato, portandolo fuori dal veicolo, senza provocare ulteriori lesioni che potrebbero aggravare la sua situazione.

Le manovre di estricazione debbono essere condotte in modo da non arrecare danno anche agli operatori sanitari e l’unico modo veramente consolidato e appropriato è stato studiato da Rescue Academy; una giornata dedicata all’estricazione “full day” di 8 ore (http://associazionerescueacademy.it/corsi/1-4-corrette-applicazione-delle-manovre-di-estricazione-nella-gestione-del-trauma/).

In letteratura viene fatta una distinzione tra estricazione “cautelativa”, con paziente stabile e non a rischio vita, ed estricazione “rapida” o di emergenza, cioè quando si ha una reale necessità di rimuovere il paziente dal veicolo per presenza di rischio ambientale, con un occhio di riguardo per la propria incolumità personale,  o per l’esecuzione di manovre salva vita.

In quest’ultima categoria troviamo diverse manovre, tra cui spicca per diffusione, rapidità di esecuzione e non necessità di presidi la manovra o presa di Rautek.

Questa manovra a mani nude viene indicata nei libri di testo esclusivamente nei casi di “estrema necessità”.

Nell’esecuzione di questa manovra, l’operatore è estremamente concentrato nel non cagionare ulteriori danni al ferito e può sottovalutare la postura da tenere durante questa particolare operazione.

Analizzando dal punto di vista biomeccanico i movimenti che vengono svolti durante la manovra, ci accorgiamo quanto la postura dell’operatore sia scorretta e possa così sottoporsi al rischio di gravi lesioni della colonna vertebrale, delle articolazioni, dei muscoli e tendini.

Rescue Academy, ha realizzato una giornata dedicata sia all’estricazione ma ha introdotto nuove tecniche studiate per migliorare la postura e la sicurezza sia per l’operatore che per l’ente che lo tutela durante il soccorso. (http://associazionerescueacademy.it/area-salute/)

Entrando nel dettaglio della manovra:

l’operatore afferra il paziente, sempre che sia abbastanza alto da avvolgerlo con le proprie braccia, “salvaguarda” l’allineamento del rachide con la propria testa ed una mano, lo solleva facendosi carico completamente del suo peso, esegue una torsione del busto e, sempre sostenendone interamente il peso, cammina all’indietro per estrarre il paziente dal veicolo.

Dal punto di vista dell’operatore questa torsione viene eseguita, nella maggior parte dei casi, senza il mantenimento fisiologico delle curve della colonna vertebrale, in quanto si ritrova con la colonna in flessione verso il paziente. In molti casi il veicolo non si trova in una posizione confortevole per utilizzare le attenzioni del caso, e questo movimento di (torsione in flessione) provoca una forte e dannosa compressione a livello discale.

E’ evidente che i Soccorritori, non siano sempre in forma o svolgano in modo assiduo esercitazioni o interventi di estricazione da rimanere tonici e fisicamente pronti per svolgere in sicurezza questa manovra, una delle attività di Rescue Academy è quella di organizzare e gestire squadre di soccorso con giornate di “re-training” dove vengono svolte prove pratiche fisiche dedicate alla gestione del dolore del Soccorritore. Cosi da migliorare la loro prestazione e postura con esercizi dedicati.

In ogni operazione che preveda la movimentazione dei carichi (pazienti) si consiglia di rispettare sempre i seguenti principi, al fine di non recare danni alla propria salute:

- Baricentro del corpo vicino al peso da sollevare:

Nel uomo i singoli movimenti dei diversi segmenti articolari si basano sui meccanismi fisici delle leve. Nel corpo umano il segmento osseo è l’asse delle leve, l’articolazione il fulcro, la forza muscolare la potenza, la forza peso e la resistenza.

Quindi minore sarà la distanza dall’articolazione del peso sollevato, minore sarà la forza necessaria a sollevarlo quindi minore il carico discale.

1) Allargare la propria base d’appoggio per dare più equilibrio al corpo;

2) Piegare le gambe per distribuire correttamente il peso del corpo evitando che ricada solo a livello lombare;

3) Mantenere la schiena dritta, ovvero mantenere le curve fisiologiche della colonna per evitare pressioni sbagliate e dannose a livello discale.

Il mantenimento delle curve fisiologiche della colonna permette infatti alle vertebre di rimanere allineate tra loro senza creare pressioni trasversali sul disco che possano provocare una sua spinta all’esterno, generando erniazioni o protrusioni, strappi o stiramenti muscolari.

4) Evitare quando è possibile le torsioni del busto e, se sono necessarie, usare al massimo la contrazione della muscolatura addominale, in grado di togliere un po’ di pressione a livello lombare.

La scienza, gli studi, la tecnologia ma soprattutto gli anni di esperienza hanno permesso a Rescue Academy di realizzare in programma fisiologico ed alimentare dedicato ai soccorritori.

Ideato per facilitare questa operazione d’urgenza, permette di aumentare la messa in sicurezza del nostro paziente e di ridurre in modo esponenziale i danni che con la manovra di Rautek si creano sui pazienti e sugli operatori, proteggendo così anche la loro salute nello svolgimento di una così preziosa attività.

Partendo in posizione di sicurezza, gli operatori anche di piccole dimensioni, o con poca forza muscolare, riescono a sfruttare al meglio le proprie potenzialità fisiche e senza danneggiarsi conoscendo in modo approfondito il presidio che hanno in dotazione (http://associazionerescueacademy.it/area-presidi/).

E’ fondamentale l’uso delle gambe e della muscolatura addominale per evitare che il carico gravi sulla colonna, in particolare durante l’azione di torsione. Le tecniche di esecuzione vengono divulgate da Istruttori Rescue Academy presenti sul territorio, così da fornire all’operatore non solo un ottimo presidio certificato e omologato per l’estricazione, ma anche la conoscenza delle tecniche d’uso per eliminare del tutto lo sforzo muscolare, riducendo i potenziali danni osteo-articolari.

Per la salute dell’operatore diventa basilare muoversi correttamente, conoscere bene il proprio corpo e saper sfruttare i proprio muscoli al meglio, al fine di non sollecitare altre strutture somatiche potenzialmente danneggiabili.

Poniamo alcune domande suggestive:

• Eseguendo la manovra di Rautek, abbiamo garanzie di mantenere la linearità del rachide del paziente durante un movimento di rotazione senza supporti rigidi?

• E durante le altre fasi della manovra?

• Riesco a mantenere il mio dorso in asse?

• Sono in grado di sollevare un paziente, ad esempio di soli 55 Kg, da solo e con la schiena piegata?

• Agisco in sicurezza infilando un braccio, senza poter vedere, tra la schiena del paziente e lo schienale del sedile?

• Camminando all’indietro sulla scena di un incidente stradale (basta una banale pozzanghera per scivolare) posso farmi male ?

• Ma soprattutto: sono sicuro di fare la cosa migliore per il paziente e per me?

Le risposte fanno parte del “know-how, "sapere come" o "competenza" del soccorritore, che Rescue Academy approfondisce con tecniche di consolidamento posturale e tecnico.

Formatore Rescue Academy
Alexandro Stecchezzini
Telefono +39 389 23 48 119
Email: info@rescueacademy.it
Skype: rescueformazione (alexstecchezzini)